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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
Origini dello sfruttamento

In origine il sistema di coltivazione di un qualsiasi banco roccioso doveva essere in tutti i casi quello cosiddetto a cielo aperto, in cui, appunto, una cava si sviluppa per così dire alla luce del sole, e dunque non sotterraneamente. Nel caso delle ardesie tale metodo è stato senz’altro reso possibile dalla presenza di banchi affioranti o almeno parzialmente scoperti: ciò dev’essere accaduto molto probabilmente sia nell’area ardesiaca ligure sia in quelle francesi del bacino di Angers e delle Ardenne. In questi tre ambiti si sono sviluppate le prime attività protoindustriali inerenti all’ardesia: in particolare esistono documenti italiani e francesi del XII secolo attestanti l’esistenza di cave o manufatti d’ardesia, nella fattispecie quasi sempre lastre da copertura. Al di là, comunque, dello svilupparsi di eventuali attività organizzate, non sembra improbabile che una conoscenza delle ardesie, o almeno di scisti fissili, in epoche più remote si sia presentata se non altro sporadicamente, dal momento che notevoli capacità tecniche in campo litologico erano state acquisite dai popoli delle antiche civiltà. In Egitto e in Grecia, difatti, venivano impiegati su larga scala fin dal II-III millennio a.C. diversi tipi di marmi, graniti e altre pietre meno dure, tra cui una varietà di argilloscisto, probabilmente di scarsa fissilità, con cui è fatta la celebre paletta di Re Narmer, risalente alla Prima Dinastia egizia; inoltre, in numerosi siti archeologici di epoca preistorica si ritrova frequente l’uso di rocce scistose per la realizzazione di abitazioni e strutture a dolmen. Per quanto riguarda la lavagna è del 1176 il primo documento in cui si parla esplicitamente di ardesia lavorata, il che fa presupporre l’esistenza di un’attività relativa in epoche precedenti; del resto non mancano indizi per l’ipotesi di un inizio dello sfruttamento dei banchi ardesiaci del Levante ligure in epoca preromana, ipotesi meno motivata nel caso delle ardesie tedesche del Reno e della Mosella, le cui protoindustrie si vorrebbero far risalire ad epoca romana. Va dunque sottolineato che non bisogna confondere un eventuale utilizzo locale e sporadico di argilloscisti con l’esistenza di vere e proprie attività ardesiache organizzate ancorché non industrialmente. Ciò considerato, sarà bene affrontare l’argomento in maniera concreta, esemplificandolo attraverso l’analisi delle tecniche di lavorazione della lavagna, dalle loro forme arcaiche via via fino a quelle odierne. Come si è accennato poco innanzi, è molto probabile che in origine la scoperta dell’ardesia, in veste di materiale utilizzabile, venisse fatta in modo più o meno casuale grazie al presentarsi spontaneo di affioramenti: tali eventualità hanno reso possibile, in determinate zone interessate, il formarsi di una conoscenza sulle caratteristiche e le possibilità d’impiego di queste rocce, tanto da mettere in moto un interesse che avrebbe portato in seguito al sorgere di imprese estrattive anche a livello industriale. E' però altrettanto vero che determinate necessità e desideri spingono l’uomo alla ricerca di nuove possibilità e prospettive: per quanto riguarda le ardesie, significava avere a disposizione qualcosa di veramente nuovo, ossia un materiale riducibile in lastre perfettamente dritte, regolari, sottili, robuste e leggere, adatte in modo particolare alla realizzazione delle coperture dei tetti, da sempre costruiti con materiali poco resistenti o piuttosto pesanti, o ancora infiammabili e scarsamente protettivi. Ecco allora nascere e svilupparsi, spesso in ambienti rurali, un nuovo genere di attività, indipendente ma parallela rispetto a quelle tradizionali di tipo agricolo; e, una volta consolidatesi, le industrie ardesiache del passato continuarono fino in tempi piuttosto recenti a mantenere certe metodologie e tecniche degli inizi, con progressi solo saltuari, sovente legati a modificazioni dell’assetto sociale: solamente verso la prima metà dell’800 cominciarono a comparire novità invero consistenti dal punto di vista dei sistemi di lavorazione e dell’impiego di mezzi. Per poter condurre un raffronto fra le pratiche antiche, ancora non del tutto abbandonate, e quelle odierne, è necessario procedere lungo il susseguirsi delle varie evoluzioni anche in campo economico, storico, sociale e organizzativo. L’ambiente lavagnese è ricco di elementi interessanti sotto questi profili; di conseguenza si ritiene necessario e utile analizzare anche tali componenti del processo evolutivo, oltre a quelle di carattere strettamente tecnico pratico. Visto, inoltre, che sarebbe illogico, in un discorso generale, non tenere conto delle diversità insite in ogni determinata area estrattiva dell’ardesia, poiché notevole è la differenziazione di ordine innanzitutto geolitologico e stratigrafico, non pare sconveniente, trattando approfonditamente una sola situazione definita, con le sue particolari caratteristiche, proporre elementi di confronto, qualora cioè sia possibile o, se non altro, significativo.

Tecniche di lavorazione in epoca storica Localizzazione del banco Cause dell’eventuale abbandono degli scavi

Fino all’800 l’industria ardesiaca ligure, consolidatasi nei secoli anche in virtù di un’organizzazione mercantile che serviva a distribuire ed esportare la produzione, era formata da piccole imprese di tipo comunitario, familiare e artigianale. In passato la nascita di un’impresa poteva essere la diretta conseguenza della scoperta casuale di un banco ardesiaco: una o più persone, in molti casi già occupate in mansioni agricole, venivano in tal modo stimolate ad intraprendere quell’attività. Senz’altro più numerose erano, però, le situazioni in cui la ricerca del giacimento costituiva il movente iniziale per un individuo o un gruppo di individui, tra cui poteva esservi qualcuno esperto nel lavoro di estrazione. Molte cave venivano aperte per la presenza di altre vicine, che davano adito a credere nell’esistenza di una ampia giacitura utile; tale procedimento si segue spesso ancora oggi, benché un tempo i problemi di ricerca, d’altronde mai del tutto risolti, fossero maggiori a causa della mancanza di basi scientifiche e della carenza di tecnologia. I banchi di lavagna, sono quasi sempre celati da uno strato di terreno vegetale misto a roccia presente sotto forma di scaglie o sassi; è perciò abbastanza facile il reperimento del banco ardesiaco, la cui testata emerge o è appena coperta dalla terra inconsistente, come per gli strati delle vane rocce appartenenti alla medesima sequenza litologica. Tuttavia non si poteva avere la certezza che i lavori di scavo portassero all’ardesia di buona qualità, dal momento che era necessario basarsi soltanto sull’esperienza dei più esperti o sull’intuito personale: così, nel novanta per cento dei casi i tentativi compiuti si rivelavano infruttuosi, come dimostra l’esistenza dei numerosi assaggi nella zona storica d’estrazione della lavagna. Tra l’altro, succedeva di frequente che, dopo aver perforato il sottosuolo per decine di metri, ci si trovasse di fronte ad una faglia o che il terreno sovrastante franasse, rendendo necessari, nel primo caso, un lungo e costoso lavoro imprevisto, senza la certezza di un esito positivo, oppure, nel secondo caso, armature di sostegno non facilmente realizzabili a causa degli insufficienti mezzi tecnici ed economici a disposizione: spesso si era perciò costretti all’abbandono dopo un lungo lavoro improduttivo. Numerose erano, insomma, le situazioni in cui non si riusciva a raggiungere il banco utile oppure le eventualità in cui l’ardesia scoperta fosse di cattiva qualità, cioè poco fissile o piuttosto difettosa. Conveniva poi abbandonare una cava di ampio sviluppo quando, esaurita la migliore porzione del banco ardesiaco, diventava necessario realizzare un’altra galleria, dovendo eliminare spessi strati di roccia incassante per la ricerca di un nuovo “filone” buono (filone è in realtà usato impropriamente, essendo termine riferito ai minerali, non alle rocce), soprattutto qualora si procedesse con l’arcaico sistema di coltivazione a tetto, e ancora in caso di allagamento o gravi infiltrazioni che ostacolassero il lavoro al punto da ritenere preferibile che l’acqua sommergesse le camere di lavorazione e, molto spesso, con esse, banchi di ottima lavagna. Purtroppo, infatti, i diversi metodi di eduzione adottati in passato non si rivelavano sempre efficaci: così, mentre in condizioni di lieve allagamento l’acqua si eliminava, almeno parzialmente, con secchi passati in catena o mediante elevatori, detti cicogne o mazzacavalli, mossi sovente da animali, al contrario, in caso di flusso abbondante, dovuto in genere a sorgenti messe allo scoperto dallo scavo, non vi era praticamente rimedio. Analoga situazione di disagio si presentava per quelle cave troppo ingombre di scarto o troppo estese, in cui il trasporto all’esterno fosse divenuto troppo difficile, faticoso e antieconomico. A causa di simili ostacoli i cavatori preferivano tentare di scoprire nuove porzioni di banco utile, cercando di aprire altre cave nei punti dove si notassero indizi favorevoli.

Apertura e impostazione di una cava

Prima di continuare l’esposizione è necessario precisare un concetto essenziale: le cave di lavagna, e in genere d’ardesia, sia antiche sia moderne, a parte quelle a cielo aperto, possono, in molti casi, essere considerate alla stregua di miniere, proprio a causa della loro conformazione sotterranea; se non che, il tipo di materiale estratto, lapideo e non minerale, le rende invece cave in gailena, per lo meno nei confronti della regolamentazione legislativa italiana. Detto questo, si può passare direttamente a descrivere la fase pratica di apertura di una cava di lavagna nell’area d’estrazione storica. Anticarmente, una volta localizzato il punto ritenuto idoneo, si iniziava a scavare gli strati rocciosi per mezzo di un lungo e faticoso lavoro compiuto manualmente a forza di piccone; l’impiego di mine, almeno nelie cave liguri, risale infatti a non prima dell’800 o, nella migliore ipotesi, intorno aila fine del ‘700, sebbene in Francia, pare sia stato molto precedente. In ogni caso, dopo aver scavato una galleria più o meno lunga, che raggiungesse la parte utile del banco, si iniziava la coltivazione vera e propria con l’estrazione di blocchi: la prima porzione di ardesia era per lo più di scarsa qualità e per tal motivo si continuava di solito nell’avanzamento, sperando di reperire materiale migliore, più tenero, finché, trovatolo, si cominciava con lo sfruttamento in senso stretto, ampliando gradualmente la cava fino a permettere il lavoro a più operai contemporaneamente. Soprattutto nelle cave condotte con il sisterna cosìddetto a soglia (o a terra, o ancora a letto), più recente di quello a cielo (o a tetto), venivano lasciati, come oggi, i pilastri abbandonati d’ardesia, ossia non venivano estratte certe parti di banco, che rimanevano in posto quali colonne a sostegno della massa di roccia sovrastante; più di frequente, però s profilava la corona, ovvero si faceva in rnodo che la cava rimanesse col tetto tagliato a forma di volta, così da ottenere un effetto strutturale, in particolare qualora lo strato di roccia incassante a tetto fosse di roccia poco compatta o di spessore insufficente. Per quanto concerne la galleria d’accesso sempre nelle cave a terra, essa veniva realizzata in maniera tale da raggiungere la parte a tetto del banco utile, in corrispondenza del limite superiore di questo, a contatto della roccia incassante: ciò permetteva di intraprendere la coltivazione procedendo verso il basso all’interno della giacitura. Col più arcaico rnetodo di sfruttamento a tetto, tale galleria doveva raggiungere, invece, la quota inferiore del banco d’ardesia, presso lo strato di roccia incassante più basso, il cui piano di contatto con l’ardesia è detto letto o soglia: anche per questo non era facile raggiungene il filone ardesiaco. In numerosi casi era per l’appunto necessario l’approccio traverso banco, ossia la perforazione di diversi strati rocciosi, tra cui, sovente, la dura arenania (detta agno), poiché non sempre era possibile inserirsi nel banco d’ardesia partendo dalla testata, ossia dal suo lato esterno, spesso a causa della forte inclinazione stratigrafica, o per motivi legali ed economici: da un lato la coltivazione a tetto richiedeva, infatti, di procedere verso l’alto nei banco, presupponendo di partire spesso dall’interno, cui si giungeva, allora, attraverso gallerie talora verticali, in altri casi piane o in pendenza; d’altro canto non era possibile l’apertura di una cava in terreni altrui senza previo accordo con il legittimo proprietario. Talvolta, in antiche cave coltivate per lungo tempo si sono succedute entrambe le tecniche estrattive oppure esse sono state presenti contemporaneamente, con netta prevalenza, comunque, della più antica. La morfologia interna di tali cave è spesso piuttosto irregolare: mentre le gallerie d’accesso erano sempre realizzate in dimensioni ridotte al minimo indispensabile, onde non eccedere nei tempi di scavo e affinché si potesse fare a meno di armamenti e rinforzi, la forma dei sotterranei dipendeva, invece, dalla carenza delle cognizioni geologiche e dei mezzi di perforazione ed estrazione, ma soprattutto dalle caratteristiche litologiche contingenti, non ultima l’eventuale presenza di anomalie naturali della roccia o la sua variabile qualità in punti diversi di un determinato banco; tali elementi contribuivano, invero, a creare discontinuità nel modo di proseguire il lavoro. In altre zone d’interesse storico per l’ardesia, sia all’interno dell’area stessa della lavagna (per l’esattezza nel territorio di Uscio e Tribogna) sia nel bacino d’Angers, in Belgio e Lussemburgo, o ancora nelle Ardenne, vi sono cave più o meno sotterranee, anche d’origine antica, che non hanno vere e proprie gallerie d’accesso, in quanto le loro imboccature costituiscono di per sé l’inizio reale delle cave stesse: questa caratteristica dipende solitamente dalla presenza di un tetto di roccia dura abbastanza potente, dall’inclinazione molto accentuata della giacitura e dalla grande potenza del banco utile, che in tali casi è più facilmente abbordabile, tanto che la coltivazione può essere cominciata con scavi ampi senza timore di crolli. Si tratta dunque di cave a fossa o, nei casi più accentuati, di cave a cielo aperto, nelle quali non esiste, allora, alcun tipo di galleria o sotterraneo, e dove lo sfruttamento procede in modo da poter evitare molte operazioni lunghe, faticose e costose, la quale condizione, in assenza di eventuali ostacoli di diverso genere, è da considerarsi ottimale; nell’Anjou, peraltro, le cave a cielo aperto risultano esserne meno remunerative di quelle sotterranee, cosicché da oltre un secolo non se ne sono più condotte.

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