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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
Utensili e strumenti di lavoro

Per comprendere meglio le varie operazioni successive, è opportuno descrivere, a questo punto, gli attrezzi usati dai cavatori e dagli scalpellini della lavagna: tali strumenti, con le debite varianti, possono ritenersi analoghi ad altri utilizzati un tempo in contesti diversi; alcuni di essi, inoltre, adoperati in Liguria probabilmente fin dall’inizio dell’attività ardesiaca, sono impiegati tuttora accanto a macchine di vario genere, sebbene in forma e materiali evoluti. Ciò è da mettere in relazione al fatto che certe tecniche fondamentali nel processo di lavorazione non sono cambiate sostanzialmente, quando addirittura non sono rimaste identiche a quelle del passato. Per quanto riguarda la terminologia si sono assunti in genere i nomi adottati da Della Torre (inizio ‘800). Utensili usati in cava Piccone: con un peso non inferiore a sei libbre (1 ,9 chilogrammi). Nelle cave si vedono tuttora picconi impiegati in operazioni secondarie: diritti, con lunghezza sui trenta centimetri, hanno forma appuntita da una parte e testa da martello o mazza dall’altra, mentre il manico di legno è lungo tra i cinquanta e i sessanta centimetri. Praticamente ogni giorno, prima dell’avvento delle tagliatrici negli anni ‘50-’60, la loro punta veniva resa, con la tempra, più dura e resistente del metallo del piccone vero e proprio: tuttavia, ciò non evitava di dover ricorrere a frequenti operazioni di rettifica in cava per mezzo di lima, a causa dell’usura cui la punta stessa veniva sottoposta per le continue sollecitazioni durante i lavori. Per la tempra esistevano a bocca di cava, dove ancora se ne trovano, apposite forge sulle quali un addetto, spesso un fabbro fisso, poneva ad arroventare le punte per poterne rendere malleabile la lega e quindi riaffilarle con colpi di mazza o martello; infine, dopo averle temprate, si procedeva al rinvenimento, ossia ad un ulteriore ma meno intenso surriscaldamento, che conferiva ad esse una maggiore tenacità, in quanto, altrimenti, sarebbero risultate troppo fragili. Tra l’altro, i fabbri delle cave si occupavano anche della messa a punto dei ferri da mina. L’impiego classico del piccone consisteva nel realizzare i tagli cuneiformi che isolavano il blocco dal banco, ed eventualmente analoghi tagli di suddivisione del blocco in ceppi; inoltre esso era adoperato nelle operazioni di apertura delle cave, quando ancora non si utilizzavano le cariche esplosive. Palaferro: barra di ferro con funzione di leva, di misura variabile; anticamente era lungo 7 palmi (1,74 metri), mentre oggi se ne trovano altre varianti, tra cui da 140 e 190 centimetri, con sezione circolare da cinque-sei centimetri di diametro. Provvisti di piede incurvato, erano e sono adoperati nel distacco dei blocchi dal banco, nel loro sollevamento e spostamento. Scalpelli: affilati e larghi un palmo (quasi 25 centimetri) e di forma trapezoidale; quelli usati oggi possono avere il filo che misura qualche centimetro in più. Venivano e vengono adoperati per provocare Ia fessurazione che determina il distacco dal banco del blocco e in particolare per eseguire le suddivisioni preliminari di questo. Cunei: di forma simile agli scalpelli (erano detti anche scalpelle) ma più sottili e arrotondati, ricordano i ferri da pialla, hanno il profilo di una staffa, mentre nel punto di percussione sono spessi meno di un centimetro. Affilati lungo il bordo retto, erano e sono impiegati nella suddivisione in lastre di blocchi e ceppi per mezzo della sfaldatura manuale; quelli odierni sono fabbricati in lega leggera, più resistente e durevole dell’acciaio tradizionale. Squadre: in ferro, venivano usate per tracciare i contorni e le dimensioni dei blocchi con giusti angoli e direzioni; talvolta si usano ancora, ma in certi casi si adoperano livelle goniometriche a bolla. Cornpassi: usati per misurazioni e per riportare queste ultime in punti differenti; oggi non vengono più impiegati. Mazzuoli e mazze: in ferro o acciaio, con eventuale manico in legno; al pari di quelli odierni servivano a battere su scalpelli e cunei. Punciotti: ferri adoperati a guisa di slitte, onde far penetrare un perno conico all’interno di un foro preventivamente praticato alla base del blocco da staccare (tale operazione si eseguiva e si esegue nelle cave a terra quando l’ardesia è restia allo sfaldamento). Utensili usati nei laboratori Frappo: uno studioso ottocentesco lo ha definito martello a due tagli, in quanto è provvisto di due lame simili a quelle da pialla; contrapposte, in posizione perpendicolare rispetto all’asse del manico. Lungo almeno 1 palmo (circa 25 centimetri), pesante 10 libbre (quasi 3,2 chilogrammi), è provvisto di manico sfilabile che può essere fissato in due maniere differenti, onde usarlo in altrettanti modi a seconda del bisogno: montato nella posizione che sembra più naturale, in modo tale da assumere quasi la forma di un’ancora, lo strumento si adopera praticamente muovendolo come un comune piccone, mentre se il manico è fissato a rovescio il frappo viene imbracciato, più che impugnato, in modo tale da adoperarlo davvero come se fosse una pialla. In un senso quest’attrezzo serviva per rettificare i bordi delle lastre, che in passato, dopo la sfaldatura, risultavano inclinati secondo il taglio del ceppo o del blocco d’origine; d’altro canto il frappo poteva svolgere, in definitiva, le funzioni oggi espletate dalle levigatrici e dalle piallatrici, sebbene con minor precisione, come si può riscontrare in certe superfici lievemente ondulate di vecchi manufatti lisciati con tale utensile (per esempio stipiti di porte). Scalpelli: lunghi e sottili come grossi chiodi, con punta analoga a quella di un cacciavite; utilizzati in lavori di incisione o sbalzo, ormai abbastanza rari. Aghi d’acciaio: peso 8 once genovine (poco più di 2 etti) e lunghezza non oltre i 20-25 centimetri; si usavano per praticare scanalature o incisioni sottili e nette, soprattutto in lavori di bassorilievo. Mazza di ferro: a sezione quadrata e impugnatura arrotondata, pesante 6 libbre (1,9 chilogrammi), secondo dati dell’epoca; veniva e viene usata per assestare i colpi sulle scalpelle da sfaldatura. Le odierne mazze, dette anche mazzuoli, misurano circa 20 centimetri in lunghezza e 4-5 centimetri nel lato della sezione. Seghe e raspe: venivano e talvolta vengono usate in alcuni lavori di taglio e rifinitura, facendo attenzione ad azionarle nel verso giusto rispetto alla direzione della tessitura scistosa, onde evitare danneggiamenti e rotture del pezzo sottoposto. Squadre, righe, regoli: strumenti di solito in legno, utilizzati fino a tempi abbastanza recenti in tutti i laboratori, ma ormai soltanto da qualche artigiano, come avviene per altri attrezzi citati; erano necessari per effettuare misurazioni, quadrature ed altre operazioni propedeutiche alle fasi pratiche di finitura e seconda lavorazione di determinati manufatti.

Coltivazione <>

In Liguria, specialmente a causa della situazione geolitologica, si affermò in passato il sistema di coltivazione sotterraneo a tetto; le cave a cielo aperto erano possibili in casi sporadici, mentre le conoscenze e i mezzi tecnici di un tempo, scarsissimi soprattutto nell’ambiente rurale degli antichi lavoratori della lavagna, non consentivano un approccio diverso e più razionale alla coltivazione dei banchi, ostacolata anche per motivi di carattere socio-economico ed organizzativo, tra i quali carenze di vie di comunicazione nella zona, mancanza di un effettivo coordinamento nell’attività ardesiaca, frammentazione in piccole proprietà della zona interessata, economia rurale di sussistenza. Il metodo a tetto, detto anche a cielo, consisteva fondamentalmente nell’estrarre il materiale cominciando dalla parte bassa del banco per procedere verso l’alto nello scavo, di modo che i blocchi venissero staccati proprio dal tetto. Secondo una definizione data da Pandolfi in moderni termini di ante mineraria, tale sistema equivale praticamente alla cosiddetta coltivazione con scoronamenti montanti del tetto, con ripiena. Prima di cominciare l’estrazione della roccia utile era necessario creare, come si fa ancor oggi, un vano abbastanza ampio da permettere ad almeno un operaio di compiere il lavoro; per questo una porzione bassa del filone doveva essere in pratica distrutta, sebbene la perdita di materiale fosse modesta in termini economici, trattandosi della fascia d’ardesia più dura e meno sfaldabile. Una volta ottenuto lo spazio necessario Si poteva dare inizio allo sfruttamento della cava. Il cavatore, provvisto di piccone, cunei, scalpelli, palaferro, squadra e lume ad olio fissato ad un lucerniere in legno, doveva dapprima delineare, con l’aiuto della squadra, le dimensioni del blocco da ottenere, incidendo la superficie della lavagna con l’angolo di un cuneo; poi iniziava a praticare un solco lungo il perimetro tracciato, picchiettando con Ia punta del piccone sulla parete d’ardesia, che si trovava al di sopra della sua testa e, di solito, in posizione leggermente inclinata, secondo i piani di fissilità. Se. si trattava, come nella maggior parte dei casi, di estrarre un blocco da suddividere ulteriormente in ceppi, allora bisognava tener conto anche dello spazio sottratto dai tagli di suddivisione successivi a quello perimetrale; ad ogni modo tali formelle, o meglio scanalature, a forma di V, una volta ultimate dovevano risultare profonde quanto lo spessore che si desiderava avesse il blocco: per ottenerle era necessario praticare una numerosa successione di incisioni longitudinali, parallele e via via più interne, arrivando così alla profondità voluta, che ovviamente risultava essere direttamente proporzionale alla larghezza del taglio stesso. Tale metodologia veniva usata per la fabbricazione di lastre uguali tra loro, di piccola o media grandezza, come quelle da copertura, che costituivano Ia maggior parte della produzione. I ceppi, di solito quattro, risultanti dalla suddivisione di un blocco, che era troncopiramidale e in genere misurava intorno ai 130 centimetri di lato, avevano forma prismatica romboidale, cioè di parallelepipedi stirati lungo una delle diagonali principali: questa forma asimmetrica non precludeva l’ottenimento di lastre identiche, essendo costanti le superfici coincidenti ai piani di sfaldamento dei ceppi. Ogni blocco staccato dal banco aveva comunque la forma di una piramide tronca a causa dei tagli cuneiformi effettuati col piccone (gli odierni blocchi, ed anche i ceppi, sono invece parallelepipedi regolari, grazie alle macchine tagliatrici). Nel caso si fosse dovuto produrre lastre piuttosto grandi, visto e considerato che non si effettuavano, in tal caso, i tagli di suddivisione del blocco in ceppi, veniva a mancare quella regolarizzazione che avrebbe garantito uniformità alle lastre da esso derivanti: ossia, da blocchi interi derivavano, una volta sfaldati, lastre di estensione decrescente, in quanto più grandi verso la base maggiore di un dato blocco e minori verso la sua base minone, poggiante sul terreno dopo il distacco dal banco e relativa caduta dall’alto. Tuttavia, per ottenere lastre di misura costante da un blocco unico poteva essere eseguita una rettifica di queste o di due lati perpendicolari dello stesso blocco, così da renderlo romboedrico; d’altra parte conveniva quasi sempre staccare blocchi di non grande spessore, o addirittura la singola lastra, se le dimensioni relative dovevano essere considerevoli. Le lastre o i blocchi, ad ogni modo, potevano raggiungere lunghezze di oltre tre metri, se a base rettangolare, benché soltanto in poche cave fosse possibile ciò per motivi diversi, quali la presenza frequente di anomalie nella roccia utile e, secondariamente, la strettezza delle imboccature e dei passaggi interni. Come si è accennato, il lavoro abituale era generalmente impostato sulla fabbricazione di lastre per copertura, dalla forma quadrata o rettangolare e, almeno in relazione ad ogni determinato periodo storico, con dimensioni convenzionali: così, ad esempio, per ottenere abbadini quadrati, come si usava più frequentemente, bisognava preparare ceppi a base quadrata, a loro volta derivanti da un blocco anch’esso a basi quadrate, proporzionale alle dimensioni delle lastre desiderate; perciò, in rapporto al suo spessore bisognava calcolare la larghezza delle formelle di taglio. A questo proposito è bene sottolineare che più profonde le si fosse realizzate e maggior quantità di scarto si sarebbe prodotto anche rispetto a un’equivalente profondità raggiunta staccando più blocchi meno spessi: infatti, raddoppiando la profondità del solco si quadruplica l‘area della sua sezione e di conseguenza il volume di materiale scavato. Due potevano essere i metodi per la realizzazione dei tagli: se si desiderava ottenere un blocco ampio ma poco spesso si cominciava a praticare il solco col piccone lungo la traccia segnata in precedenza, per poi allargarlo man mano che si procedeva in profondità; se invece il bocco doveva essere abbastanza spesso, come sovente accadeva, ossia intorno ai 25-30 centimetri, il cavatore esperto poteva risparmiare parzialmente il materiale altrimenti destinato allo scarto grazie ad un accorgimento che gli permetteva di ottenere lastre di lavagna lunghe e strette, cioè a losanga, le quali diventavano di solito stipiti di porte o gradini. In questo secondo caso si iniziava con incisioni parallele, equidistanti dall’ideale linea di contorno maggiore del blocco da ottenere e distanti tra loro circa 30 centimetri, o comunque in proporzione alta profondità che il taglio avrebbe dovuto avere una volta ultimato: così, dopo avere praticato due scanalature parallele, profonde alcuni centimetri, si staccava, sfaldandola, la porzione d’ardesia isolata. Questa operazione era possibile due o al massimo tre volte, dopodiché si continuava con un solo taglio al centro dello scavo, fino a quel momento di sezione trapezoidale: tale sistema aveva l‘ulteriore vantaggio di permettere tempi di lavoro meno lunghi in rapporto allo spessore del blocco, sebbene nelle cave coltivate a terra fosse molto più agevole che in quelle condotte col metodo a tetto, dove il cavatore era obbligato ad una posizione scomodissima durante la picconatura compiuta verso l’alto. Dopo aver ultimato l’operazione principale, isolato cioè il blocco dal banco, bisognava staccarlo utilizzando la proprietà naturale dell’ardesia di suddividersi lungo i piani di scistosità principale. Dapprima, se il grado di fissilità era scarso, lungo i margini dell’attaccatura del blocco, ossia in corrispondenza col vertice del taglio cuneiforme, si praticavano con il piccone, oppure con mazza e scalpello appuntito, piccoli fornelli profondi 10-15 centimetri e distanti tra loro circa 30 centimetri; poi, con l’aiuto di uno o più cunei inseriti a forza di colpi di mazza nella fessura appena accennata lungo il piano di fissilità, si faceva leva fino a che il blocco non si basciava, ovvero finché non si attuava del tutto la fenditura, annunciata da un diverso e più cupo suono dei colpi di mazza. A questo punto si procedeva, talvolta in più operai, al cosiddetto spiccamento: tale operazione, che provocava il vero e proprio distacco del blocco, si eseguiva per mezzo di leve inserite nella fessura contemporaneamente e in vari punti, badando ad usare la stessa forza da ogni lato e procedendo dall’alto verso il basso dell’inclinazione del blocco stesso, ancora attaccato alla parete di tetto. Alcuni di questi accorgimenti erano, però, quasi superflui se ci si trovava in presenza di ardesia dotata di una proprietà di sfaldamento molto accentuata, nel qual caso poteva essere sufficiente la percussione di alcuni scalpelli o addirittura di uno soltanto. Nelle cave coltivate col metodo a tetto, i blocchi, subito dopo il distacco dal banco, cadevano su cumuli di detriti apposta preparati per attutirne l’urto, così da trovarsi subito nella posizione giusta per essere suddivisi in ceppi attraverso nuovi tagli a piccone, questa volta potendo però portare i colpi verso il basso; nelle cave a terra, come si vedrà, era invece necessario rivoltare il blocco prima di suddividerlo, poiché altrimenti, ultimati i tagli, sarebbero derivati ceppi di forma troncopiramidale analogamente al blocco d’origine. Frequentemente,poi, si usava sfaldare i blocchi in due metà o in più parti prima di eseguire i tagli necessari ad ottenere i quattro ceppi, il che assicurava un minor spreco di materiale spezzato dal piccone; d’altronde, il taglio sul blocco staccato, oltre ad essere di per sé più rapido, poteva essere più stretto, poiché all’ultimo il peso stesso della roccia provocava la frattura definitiva. A questo punto è interessante analizzare le motivazioni che hanno determinato l’affermazione, in passato, del metodo di coltivazione a tetto dei banchi di lavagna. Intanto si può affermare, con l‘Issel, che si trattava di scavi irregolari mal diretti che trovansi generalmente in poco buone condizioni riguardo all’igiene e alla sicurezza: è vero infatti che i cavatori il compivano in varie direzioni finché non avevano trovato il buono, ossia la parte migliore del banco, che sta sempre nel suo cuore. Ad ogni buon conto una delle ragioni determinanti lo sviluppo e la scelta di tale metodo consiste nel fatto che i detriti dello scavo non dovevano essere asportati se non in minima parte: procedendo, per l’appunto, dal basso verso l’alto nell’estrazione, era necessario, tra l’altro, che il suolo fosse sempre dislocato ad una distanza abbastanza ravvicinata e più o meno costante rispetto al tetto d’ardesia, ovvero rispetto al piano di sbancamento, in modo da avere a portata di mano le pareti sulle quali lavorare di piccone. Così, avanzando nell’escavazione, i detriti andavano a riempire completamente gli spazi precedentemente svuotati, in quanto la roccia, una volta spaccata, scagliata e polverizzata, acquisiva un volume molto maggiore di quello originario, tanto da rendere pur sempre obbligatoria l’evacuazione di una parte di sfrido, con la conseguente formazione di discariche sui pendii. La quantità di materiale scartato, tra sterile e detriti, era piuttosto cospicua a causa di vari fattori: intanto era di per sé abbondante la roccia scavata nella realizzazione dell’imboccatura e della galleria di accesso, cui si aggiungeva quella delle porzioni di banco ardesiaco difettose o inutilizzabili per motivi diversi, ed infine, non ultima volumetricamente, l’ardesia dei tagli e quella dei pezzi scartati per rotture; inoltre la tecnica impiegata nelle operazioni di sfruttamento non garantiva risultati ottimali in termini di rendimento produttivo, anche perché implicava la necessità di svolgere la maggior parte delle mansioni in posizioni innaturali ed estenuanti per i cavatori, in primo luogo durante la picconatura, nella quale era necessario spostare il piccone verso l’alto, il che diminuiva la potenza dei colpi accrescendo la fatica e la difficoltà di esecuzione del lavoro. Nonostante diversi inconvenienti, la tecnica a cielo dava l’opportunità di un notevole risparmio di tempo, fatica e, quindi, denaro, proprio in quanto permetteva di fare a meno, o quasi, dell’asportazione dello scarto; essa,inoltre, si adattava, rendendola altresì necessaria, alla possibilità di far cadere i blocchi dall’alto, senza che peraltro si danneggiassero: il fatto che essi venissero, così, a trovarsi direttamente nella posizione necessaria all’esecuzione dell’eventuale suddivisione in ceppi appare come una conseguenza e non quale fattore determinante la scelta e la diffusione di tale sistema di sfruttamento; ciò è confermato dall’esistenza, in alcuni paesi del mondo e nella stessa area dell’ardesia ligure (entroterra di Recco), di cave coltivate con il metodo a terra fin dagli inizi della loro secolare attività. In questo senso un altro elemento può sembrare più motivante: ci si riferisce al fatto che le cave profonde e col piano di sbancamento situato in basso, come sono quelle coltivate col metodo a soglia, rischiavano di allagarsi facilmente. L’ardesia in posto è impermeabile perpendicolarmente ma non parallelamente ai piani di fissilità, e può costituire un ostacolo al defluire delle acque interne; tale situazione puó verificarsi soprattutto nei banchi i cui piani di sfaldamento sono disposti in senso anticlinale rispetto a quelli di sedimentazione, ossia rispetto all’andamento stratigrafico. D’altronde nelle cave a tetto quest’inconveniente Si verificava molto di rado, dal momento che i flussi, filtrando attraverso il terreno riportato, fatto di detriti dell’escavazione, potevano scendere nelle parti basse delle cave, dove era già stato eseguito lo sfruttamento del banco utile; siccome, poi, i mezzi di eduzione delle acque erano scarsamente efficienti, si rendeva opportuno tener conto fin dall’inizio dell’eventualità di allagamenti, che soltanto dopo la metà dell’800 cominciarono ad essere effettivamente ovviati grazie all’impiego dei condotti e delle gallerie di scolo. Vi sono ancora alcuni fattori strettamente connessi alla specifica tecnica di coltivazione a tetto, che però possono essere visti contemporaneamente come cause e risultati di tale metodo. Da una parte, infatti, i detriti contribuivano, con le porzioni di ardesia non abbattuta, a fare da sostegno, almeno in caso di eventuali crolli, al tetto della cava, in corrispondenza delle parti di banco già sfruttate: non si impiegava, infatti, il sisterna dei pilastri abbandonati in sequenza regolare; all’interno veniva accumulato ovunque lo scarto, ad eccezione dei passaggi e delle camere in cui si portava avanti l’estrazione in un dato momento. Altra conseguenza, tuttavia svantaggiosa, è che nella maggior parte dei casi non era consentito un agile trasporto del materiale all’esterno, soprattutto a causa delle strette imboccature, spesso in forte pendenza o persino verticali per un buon tratto: non potevano essere realizzate aperture ampie senza il timore di crolli, sia a causa del tipo di approccio al banco sia per le scarse disponibilità tecnico-finanziarie nel realizzare eventuali strutture di rinforzo sia, infine, poiché si cercava di limitare i danni al terreno circostante, sempre molto importante dal punto di vista agricolo. Infine non va dimenticato che nelle cave a cielo l’operazione di spiccamento del blocco avveniva con maggior facilità che in quelle a terra, grazie alla forza gravitazionale: per questo motivo i palaferri venivano adoperati meno di frequente in passato che in tempi recenti. Nelle cave a tetto gli ammassi di detriti venivano trattenuti ai lati e, talvolta, al di sopra dei passaggi sotterranei (veri e propri viottoli a galleria) per mezzo di muri di contenimento a secco anche di notevole mole, costruiti col pietrame residuo dell’escavazione. Per quanto concerne Ie dimensioni interne di tali cave, il loro sviluppo in lunghezza poteva raggiungere anche oltre mezzo chilometro, calcolando le vane ramificazioni, mentre il dislivello tra l’imboccatura e il punto più profondo all’interno non superava alcune decine di metri; Ie camere di coltivazione, ad altezza d’uomo, avevano mediamente l’area di una normale stanza, mentre i passaggi e l’imboccatura, in genere bassa, avevano Iarghezza variabile da qualche decina di centimetri a poco più di un metro.

Coltivazione <> di tipo arcaico

Benché non se ne sia trattato direttamente, sono già state fornite alcune informazioni, in parte esplicite e in parte deducibili, sul metodo di coltivazione cosiddetto a terra o a soglia, del tipo in auge nell’800 e fino ai primi decenni del secolo corrente nell’area della lavagna: cave ampie, approccio al filone dalla fascia superiore, estrazione dei blocchi dal basso, obbligo di eliminare gli scarti dal sotterraneo. Poiché, tutto sommato, vi sono numerose analogie col sistema a tetto, e persino operazioni del tutto identiche, sarà opportuno soffermarsi con attenzione solamente sui punti finora non trattati, i quali differenziano, pertanto, il secondo metodo dal primo. Realizzata Ia galleria d’accesso, in modo da trovarsi nella parte alta del banco, appena sotto la roccia incassante di tetto, era necessario scavare un varco sufficientemente spazioso da consentire l’avvio ai lavori di vero e proprio sfruttamento: a questo scopo, adoperando i picconi e, dall’800 in poi, le mine, si doveva eliminare una fascia di banco ardesiaco spessa almeno 40-5O centimetri. Gli attrezzi impiegati nelle vane operazioni erano gli stessi usati nelle cave coltivate a tetto, mentre differiva sostanzialmente la prospettiva e l’inquadramento generale del lavoro: così, fra l’altro, le scanalature a V di taglio dei blocchi venivano realizzate adoperando il piccone in maniera più naturale e meno faticosa, ossia portando i colpi verso il basso, dove si trovava in tale circostanza il piano di sbancamento. Poi, avendo isolato un blocco dal banco, se ne eseguiva il distacco adoperando in tutti i casi scalpelli e soprattutto palaferri, in quanto era necessario contrastare il peso della roccia, oltre che la resistenza allo sfaldamento. A questo punto, se si trattava di un blocco da suddividere in ceppi, bisognava rivoltarlo sottosopra con l’aiuto di palaferri e puntelli, poiché, come si è già detto, i tagli cuneiformi andavano cominciati dalla sua superficie maggiore, al fine di evitare l’ottenimento di ceppi a forma troncopiramidale come quella del blocco d’origine. Così, se questo era molto pesante, e doveva esserlo pur sempre (fino a due tonnellate), collaboravano all’operazione parecchi operai, i quali si servivano di leve, di spessori e di paletti in legno con cui puntellare il blocco stesso, via via più inclinato durante il suo graduale e faticosissimo sollevamento su uno spigolo laterale, fino a quando, trovatosi in posizione verticale, veniva spinto oltre il proprio baricentro in modo da ricadere sulla faccia opposta, cioè sulla base minore; allora si poteva finalmente eseguire i tagli di suddivisione col piccone e infine lo sfaldamento in lastre. In proposito è opportuno anticipare che nell’area storica dell’ardesia ligure quest’ultima operazione veniva eseguita direttamente in cava o appena fuori, soprattutto per problemi di trasporto interno di pezzi ingombranti e pesanti, senza contare il fatto che, una volta staccata dal banco, l’ardesia perde, con l’asciugarsi dell’acqua di imbibizione, le sue spiccate doti di fissilità, e bisogna perciò trattarla in tempo utile. L’avvento della tecnica di coltivazione a terra nell’area della lavagna, escludendo la zona dell’entroterra di Recco, non è databile nei suoi esordi, benché sia praticamente certo che essa non risalga ad epoche precedenti il XVIlI secolo; la sua completa affermazione, invece, data tra la metà del secolo scorso e i primi del ‘900. Questo sistema di sfruttamento, tuttora in auge in Liguria nella sua concezione base, comportava migliori condizioni tecnologiche ed economiche, oltre ad una situazione geolitologica favorevole; tra l‘altro, poiché era necessario sgomberare il piano di lavoro e quasi tutta l’area interna delle cave dai detriti, bisognava assolutamente che questi fossero evacuati, obbligando i cavatori ad un lungo e faticoso lavoro improduttivo, che poteva essere controbilanciato soltanto da una maggiore resa in termini di materiale utile e da una maggiore rapidità nelle operazioni di estrazione, a prescindere, come sempre, dalla buona qualità della roccia. In grandi camere di cava era doveroso lasciare nei punti adeguati i già citati pilastri d’ardesia abbandonata, anche se in genere l‘ampiezza delle cave a terra, d’epoca per così dire storica, non raggiungeva quella delle cave a terra moderne, cosicché era spesso sufficiente l’ottenimento di un tetto inarcato e quindi autoportante (corona). Per condurre una coltivazione a soglia era dunque necessario affrontare problemi di entità non maggiore, dal punto di vista pratico, di quelli esistenti nelle cave a tetto, ma sicuramente di presentazione o soluzione meno immediata. Ad esempio capitava con una certa frequenza che, dopo un lavoro durato molti mesi, o addirittura anni, per preparare l’assetto di una cava, oppure una volta avanti con lo sfruttamento del banco, ci si trovasse di fronte ad un eccessivo ed incontrollabile accumulo delle acque, per quanto si realizzassero preventivamente pozzi di raccolta delle stesse, oltre ad impiegare i tradizionali mezzi di smaltimento. Certamente il rendimento economico è stato determinante nell’affermarsi di tale più recente sistema, anche perché, almeno nell’800, sia questo metodo sia l’altro erano entrambi conosciuti ed impiegati, talvolta persino nella stessa cava, sebbene quello arcaico fosse ancora il più diffuso, anche per ragioni di tradizione; ma ulteriori elementi, di ordine sociale, organizzativo ed anche naturale o contingente, come l’esistenza o la scoperta di ottimi banchi in zone fino ad allora trascurate o poco accessibili, fecero si che il metodo a terra prendesse il sopravvento intorno alla fine del secolo scorso, quando già si stava formando la nuova industria dell’ardesia ligure. In effetti, come si vedrà dettagliatamente in seguito, tra l’800 e il ‘900 nell’antica area estrattiva della lavagna si estinse gradualmente l’attività delle cave, e con esse il primitivo sistema di coltivazione a tetto; contemporaneamente nella vicina Fontanabuona, che prese il posto dell’area classica del Sangiacomo, il vecchio metodo non venne impiegato, e ciò contribuisce a sostenere la tesi di una sua minor rispondenza non solo in tenmini di produttività assoluta, ma sicuramente anche dal punto di vista del rapporto tra la quantità di materiale vendibile e la quantità di ardesia rovinata o inutilizzata per motivi di lavorazione. D’altra parte la nuova leva di cavatori fece capo soprattutto alle conoscenze in materia possedute ed applicate nell’alta valle, dove da secoli si coltivavano cave col metodo a terra; inoltre le nuove giaciture, nel loro complesso, favorivano tale metodo.

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