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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
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Problemi igienico-sanitari
La silicosi
In tema di problemi inerenti all’attività dell’ardesia non si puó tralasciare quello che più di ogni altro ha condizionato in maniera intransigente, e per secoli, la vita dei suoi lavoratori: si tratta della silicosi. In precedenza si è visto quali fossero un tempo le condizioni di lavoro dei cavatori, degli scalpellini e delle portatrici di ardesia: soprattutto per i primi una vita molto dura, compromessa da numerosi disagi, tra cui, in particolare, l’esiziale effetto dell’ingestione polmonare di polvere ardesiaca. Fino al XIX secolo, tuttavia, non si era stati in grado di mettere in diretto rapporto la cattiva salute dei cavatori con la relativa causa primaria, e, in definitiva l’aspetto sanitario-lavorativo non era mai stato affrontato in concreto dagli studiosi né dagli stessi interessati, che peraltro non avevano cognizioni e possibilità per farlo; per di più, a differenza di quanto accadeva nell’industria ardesiaca francese, in quella ligure non esistevano organizzazioni quali servizi medici, cassa mutua e assicurazioni. Fino alla prima metà dell’800 si imputava alla polvere d’ardesia una scarsa responsabilità a livello patogeno; lo stesso Mongiardini, il primo ad analizzare la questione, era convinto di ciò per via dell’ esigua quantità che ne aveva notato nell’aria all’interno dette cave di lavagna, ed anzi, credeva che la malferma salute dei cavatori dipendesse in prevalenza dall’umidità e dall’assenza di luce solare, mentre, al contempo, riteneva che il cibo e il vino avessero proprietà terapeutiche. Molti di coloro che lavoravano in sotterraneo sembra, invece, si rovinassero maggiormente la salute proprio perché bevevano troppo vino, soprattutto per combattere il freddo e la fatica; d’altro canto, anche per una sorta di timore scaramantico, nell’ambiente dell’ardesia si tendeva a non voler accettare che la fondamentale causa del degrado fisico e dei decessi tra i cavatori fosse la malattia che molti ancora chiamano genericamente u ma du ciappaiö, letteralmente il male del cavatore d’ardesia. Il Mongiardini, avendo riscontrato nei cavatori idropisia e tisi, con sintomi quali ostruzioni intestinali, debolezza muscolare e della vista, perdita dell’appetito ed edema agli arti, reputava sarebbe stato utile per loro il passeggiare all’aria aperta e prendere bagni caldi, terapie tanto ingenue quanto inefficaci; tra l’altro, essi avevano solitamente da camminare a lungo per recarsi ai luoghi di lavoro. Secondo quest’autore, inoltre, gli scalpellini, tra i quali aveva osservato un alto numero di casi d’asma e tisi, ma non altri disturbi, erano più esposti dei cavatori alla inspirazione di polvere in sospensione nell’aria; anche per questo non gli doveva essere sembrato determinante tale fattore nell’insorgenza di una simile complessa patologia nei lavoratori delle cave, e, dunque, non poteva immaginare che l’unico rimedio effettivo contro la allora ignota silicosi consiste nella prevenzione, ossia nell’interrompere le condizioni che ne favoriscono lo sviluppo o, ancor meglio, nel non sottoporvisi. Qualche anno dopo, in un’appendice aggiunta al suo studio, il Mongiardini ritrattò considerevolmente le affermazioni fatte. In seguito all’analisi anatomica dei polmoni di un cavatore, egli aveva osservato che i loro alveoli si presentavano piuttosto dilatati e pieni di calcoli terrosi; così, alle cause già ipotizzate aggiunse l’inalazione di polvere, che dapprima pensava venisse assunta mediante inghiottimento. Circa trent’anni più tardi, nel 1838, Della Torre non seguì la nuova linea interpretativa, bensì riportò la concezione più antiquata, auspicando persino la messa in pratica da parte dei cavatori dei consigli suggeriti da Mongiardini, sebbene si dicesse scettico sul loro esito, ma solamente in quanto considerava gli operai delle cave indolenti, attratti solo dal guadagno e disinteressati alta propria salute ed esistenza; non di meno egli si augurava venisse redatta una normativa regolante la permanenza in cava per ogni addetto, come avveniva in Francia, benché, tutto sommato, ritenesse di primaria importanza la floridezza dell’industria, che sola poteva apportare una certa prosperità ai cavatori. Infine, dopo aver attribuito l’incremento demografico in atto nella parrocchia di Cogorno tra il 1828 e il 1837 (dovuto per il 57,3% alle femmine e per il 46,7% ai maschi) al relativo benessere economico provocato dall’attività della lavagna, benessere che stimolava i matrimoni (153 in quel periodo), egli sottolineò come fosse favorita bensì la causa dell’industria, non quella dell’umanità, senza tacere che la moltitudine diviene un mare in occasione di penuria, e di nullo traffico. Fino alla metà del ‘900 non si ebbero sostanziali approfondimenti cognitivi o risolutivi in merito alla silicosi dei cavatori d’ardesia, sia perché in precedenza non erano mai emerse istanze di carattere sindacale, e neppure i diretti interessati avevano manifestato le proprie esigenze, sia perché la medicina non poteva apportare alcun aiuto realmente efficace, soprattutto in quel particolare contesto socio-economico. Ciò sembra essere dimostrato dal primo autorevole studio in materia, effettuato nel 1930 da Carlo Picchio, in cui si afferma che la silicosi, da cui così frequentemente erano affetti i cavatori e gli scalpellini, unita ad una somma di altri fattori coadiuvanti (scarsa alimentazione, abusi di alcoolici, orari lavorativi prolungati, inizio professione in età giovanissima etc.), rendono fondato il sospetto che dovesse essere diffusa tra gli operai anche l’infezione tubercolare, cosa che del resto appare abbastanza evidente dalle descrizioni di quadri clinici e anatomopatotogici degli autori del tempo. Si noti come l’autore dia per scontata la malattia in sè, mettendo in risalto il peso delle cause patogene collaterali. Nel 1960 Antonio Repetto ha pubblicato una relazione sulla facoltà silicotigena della polvere ardesiaca: vi si legge che, riguardo alle cause della silicosi, la fase della lavorazione maggiormente degna di considerazione è quella della incisione del solco con il piccone (non erano ancora diffuse le tagliatrici a catena, n.d.r.): durante quest’operazione l’operaio è esposto alla inalazione di una quantità considerevole di polvere. Ogni specie di polvere, soprattutto se inspirata in gran quantità e per lungo tempo, è più o meno dannosa all’organismo: in quella ardesiaca, come in tutte le polveri contenenti silice, sono i granuli più piccoli, di diametro inferiore a 10 micron, a provocare le alterazioni silicotiche; purtroppo, il 90% di tali particelle ha dimensioni comprese tra 1 e 10 micron. Secondo analisi compiute dall’autore testè citato, a 60 centimetri di distanza dal cavatore all’opera e a 1 metro dal suolo vi erano in media 400 particelle per centimetro cubo, mentre a livello della bocca la cifra si aggirava intorno a 1500 particelle, valori considerevoli in rapporto alla concentrazione tollerabile, il cui limite è fissato tra le 200 e le 500 particelle a seconda della percentuale di quarzo e in base a diversi fattori, tra i quali, anzitutto, il tempo di esposizione e la predisposizione individuale alla malattia. Da notare che i dati furono rilevati in una cava dove il lavoro era eseguito ancora col piccone ma non secondo l’arcaico metodo di coltivazione a tetto, ormai da tempo desueto, nel qual caso la concentrazione di polvere intorno alla bocca del cavatore sarebbe stata più elevata, sia perché prodotta sopra la sua testa, sia perché i blocchi, cadendo dall’alto su cumuli di detriti predisposti, sollevavano spesso nuvole di polvere a lungo persistenti, sia infine, non ultima ragione in ordine. di importanza, poiché in quel tipo di cave, le cui camere d’escavazione si trovavano sovente a livelli più alti di quello dell’imboccatura, l’areazione era quasi inesistente, in quanto le stesse si inoltravano sottoterra anche per lunghe distanze e avevano in genere una sola stretta apertura; di conseguenza l’aria interna non subiva praticamente ricambi ed il pulviscolo vi rimaneva a lungo sospeso. In ogni caso la situazione non miglioró considerevolmente finché non fu inventata la tagliatrice a catena. Anche nei laboratori e negli stabilimenti la quantità di polvere nell’aria era altissima: per molti anni le macchine necessarie alla trasformazione furono sprovviste di qualsiasi dispositivo o accorgimento che potesse limitare la diffusione di polvere ardesiaca nell’ambiente. Dopo l’ultima guerra si incominciò ad allestire impianti di areazione, almeno nei capannoni delle imprese maggiori, mentre in un secondo tempo i macchinari furono realizzati in maniera tale da lavorare ad umido: oggi un costante apporto d’acqua serve sia a raffreddare e nettare gli elementi di taglio e di abrasione, migliorando i tempi e la qualità della produzione, sia a contenere al massimo la quantità di polvere, che viene praticamente neutralizzata e convogliata nelle vasche di depurazione oppure, fino a qualche anno fa, benché fosse nocivo, direttamente nei corsi d’acqua. Ormai tutte le macchine sono almeno in parte automatizzate, tanto che agli addetti è sufficiente impostare e controllare le operazioni, in modo da poter mantenersi a distanza di sicurezza dal punto di emissione del pulviscolo. Ciò vale, entro certi limiti, anche nelle cave, dove soprattutto le tagliatrici hanno oltremodo migliorato le condizioni di lavoro degli operai; nelle cave a cielo aperto, poi, questi problemi sussistono da sempre in grado minore, ponendosi semmai con insistenza quelli di carattere atmosferico. Oggi la silicosi tra i lavoratori dell’ardesia è molto meno frequente che in passato, se non altro tra coloro che hanno intrapreso tale mestiere dopo gli anni ‘60. La nuova tecnologia nel settore ha alleviato o allontanato molti disagi e dolori; si ricordi infatti che non esiste una terapia efficace per questa malattia in fase avanzata, tanto è vero che, come asserisce Ugo Teodori nel suo trattato di patologia medica, utile è soprattutto la prevenzione, rivolta a limitare la produzione delle polveri dannose e la loro malazione. Quindi sono da raccomandare tutte quelle misure (areazione degli ambienti, modalità di lavorazione, uso di maschere, ecc.) che possono giovare in questo senso. Si raccomanda anche di ridurre convenientemente il tempo di esposizione del lavoratore nell’ambiente sospetto, alternando la sua attività in altri ambienti. La terapia della malattia conclamata è solo sintomatica e si riduce alla cura della bronchite cronica e dell’enfisema e delle possibili infezioni sovrapposte. Non sempre è facile riconoscere la silicosi alle prime manifestazioni radiologiche, quando ancora manca una sintomatologia clinica: questa malattia si manifesta invero apertamente quando la prognosi è già riservata; in tal caso le alterazioni che si stabiliscono sono irreversibili, anche se il soggetto viene allontanato dall’ambiente e tendono, anzi, ad evolvere, molto spesso con il concorso della tubercolosi o di altri processi infettivi polmonari (Teodori). Le prove funzionali respiratorie consentono, se non altro, di valutare il danno presentato dall’ammalato, il che è importante agli effetti assicurativi. Nella silicosi, le principali alterazioni sono dovute all’enfisema e alla fibrosi, la precipua conseguenza delle quali consiste nell’insufficienza respiratoria, che esteriormente si manifesta con l‘aumento del diametro toracico e l‘allargamento degli spazi intercostali, tanto che l’individuo colpito dalla malattia appare in atteggiamento di costante ispirazione: ciò si riscontra abbastanza di frequente tra cavatori, o ex cavatori, con oltre cinquant’anni di età, i quali possono presentare al contempo la dispnea, respirazione affannosa che, a volte, cioè nei casi patologici molto avanzati, può manifestarsi persino in condizioni di riposo del soggetto. Altri sintomi possono consistere in dolori al torace, palpitazione, tosse. Dal punto di vista anatomico il polmone silicotico presenta al contempo i caratteri dell’enfisema e della fibrosi polmonare, i cui noduli silicotici, duri e con dimensioni di 1-3 millimetri, sono distribuiti in maniera pressoché simmetrica o, talora, fusi tra loro dando origini a formazioni della lunghezza fino ad alcuni centimetri. Le linfoghiandole subiscono un aumento di volume e divengono dure di consistenza, spesso con calcificazioni nella loro parte più esterna. Oggi, secondo recenti interpretazioni, la silicosi viene considerata alla stregua di certe malattie allergiche, poiché si è notato che la risposta dell’organismo all’assunzione di polvere silicea è in larga misura soggettiva: talvolta le particelle vengono inglobate, provocando reazioni patologiche, in altri casi vengono espulse naturalmente; ciò spiega come numerosi individui si ammalino in tempi relativamente brevi, mentre alcuni non subiscano danni di grave entità, pur restando a lungo esposti all’inalazione di polveri potenzialmente silicotigene. |
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La sfaldatura in lastre
Benché la sfaldatura in lastre, detta anche laminizzazione (nel linguaggio dei cavatori e degli scalpellini della lavagna schiappatura), fosse un tempo compiuta all’interno delle camere d’estrazione o, al limite, a bocca di cava, è preferibile analizzarla come fatto a sé stante, all’interno del ciclo produttivo, rispetto al vero e proprio lavoro di coltivazione; essa, infatti, deve essere considerata come la prima delle fasi secondarie, quantunque momento centrale del processo di lavorazione di tutte le ardesie, che proprio in virtù di tale operazione hanno potuto acquisire quel valore progressivamente affermatosi nel tempo. Inoltre bisogna sottolineare che la sfaldatura, caso praticamente unico nel suo contesto, ha mantenuto gli stessi identici connotati tecnico pratici anche nel ciclo di lavorazione moderno, almeno per quanto concerne lo spacco naturale della lavagna, tanto da assurgere, in un certo senso, a simbolo dell’attività ardesiaca. Anticamente in Francia lo spacco in lastre dei pezzi veniva eseguito presso piccole capanne di paglia dove gli operai tenevano i loro attrezzi, in buona parte differenti da quelli impiegati per la lavorazione dell’ardesia ligure, come ad esempio le mazze, che erano di legno; gli addetti allo sfaldamento, inoltre, si occupavano esclusivarnente di quel compito, ed anzi, nell’800 vi era nell’area di Angers addirittura una scuola per cavatori e per fenditori. Una tale specializzazione era possibile, ma anche necessaria, per via delle caratteristiche dell’ardesia locale, che conserva indefinitamente la sua fissilità dopo l’estrazione ed apporta, così, notevoli vantaggi dal punto di vista dell’organizzazione e dei trasporti, favoriti in buona parte dalla morfologia del territorio pianeggiante e dal fatto che tutte le cave angevine era-no a cielo aperto e molto ampie, almeno fino alla seconda metà dell’800, benché sovente piuttosto profonde. Per quanto riguarda nuovamente l’ardesia ligure, è interessante notare come ancora oggi gli spacchini operino in maniera tradizionale e con gli stessi utensili del passato, anche nei moderni stabilimenti, per produrre le sottili lastre da copertura o altri rnodelli di medie e piccole dimensioni; difatti l’ardesia è per sua natura, se così si può dire, ostile ai progressi tecnici: l’industria relativa mantiene tuttora molte delle caratteristiche empiriche ed artigianali del passato. Ad ogni modo, nelle vecchie cave di lavagna, sia a tetto sia a soglia, dopo l’ottenimento del blocco o di eventuali ceppi, era necessario eseguire al più presto il lavoro di sfaldatura, prima dell’asciugarsi dell’ardesia ancora umida: tutti, o quasi, i cavatori dei secoli passati dovevano occuparsi anche della fabbricazione delle lastre, sebbene soprattutto i più esperti in tale compito vi si dedicassero ogni qual volta fosse necessario. Secondo una descrizione dell’autore ottocentesco Nicolà Della Torre, lo spacchino disponeva il ceppo fra le ginocchia e, per mezzo di scalpello e di mazzuolo, lo suddivideva di metà in metà, fino ad ottenere lastre dello spessore desiderato: dapprima egli praticava con lo scalpello un’incisione lungo la traccia data per natura del piano di sfaldamento e poi, in corrispondenza, anche negli angoli, facendo si che lo scalpello stesso, talvolta con l’aiuto di altri cunei somiglianti a ferri di pialla ben affilati, penetrasse sempre più nella fenditura, finché il ceppo non si divideva in due parti. Tuttora, va sottolineato, si può veder eseguire tale operazione presso cave a conduzione familiare o anche in molti laboratori di imprese medie e grandi: alcuni dettagli, forse scontati o marginali agli occhi sia dell’inesperto sia, spesso, dell’addetto, sono molto significativi, se non essenziali alla buona riuscita dell’operazione stessa; in essa rimane, più che in ogni altra fase della lavorazione, il retaggio di gesti, conoscenze, esperienze e sensibilità dell’antico mondo dell’ardesia. Non dovrebbe risultare, dunque, inopportuna una descrizione più dettagliata, redatta in base ad osservazioni dirette. Lo schiappatore può utilizzare come sedile una specie di lungo sgabello in legno, sul quale si pone a cavalcioni se deve laminizzare un ceppo da abbadini e di traverso se deve sfaldarne uno più piccolo, per esempio da lavagnette. Quando il ceppo è di quest’ultimo tipo (lato maggiore lungo 20-25 centimetri) viene poggiato sul sedile, mentre nel caso di un ceppo più grande bisogna che sia sistemato sul terreno; ad ogni modo tutti i ceppi vanno appoggiati su un particolare lato, perpendicolare alla direzione della tessitura scistosa, in quanto la sfaldatura, affinché avvenga in modo perfetto, deve sempre essere eseguita tenendo conto del giusto verso’, che tra l’altro viene segnato dai cavatori sui blocchi appena estratti: ció vale in particolare per l’ardesia di determinati banchi o filoni. Se, infine, si tratta di compiere lo spacco di un blocco per grandi lastre, il lavoro va eseguito in piedi, col blocco stesso in posizione verticale; talvolta, per lo più nelle suddivisioni preliminari, si può praticare lo sfaldamento col blocco in posizione orizzontale. A questo punto, prima di continuare, non va tralasciata una questione importante: i blocchi e i ceppi odierni hanno forma regolare perché tagliati a macchina, in modo da risultare con le sei facce in parallelo o in perpendicolare tra loro (salvo anomalie intrinseche), mentre fino alla metà del nostro secolo, essendo tagliati a piccone, acquisivano forma sghemba, come più volte si è detto; la qual cosa doveva senz’altro rendere parzialmente diverso l’approccio al pezzo da parte dello spacchino, anche se l’operazione in sé stessa risultava, in effetti, identica all’odierna, poiché identica è pur sempre la roccia utilizzata. Ogni ardesia ha però specifiche caratteristiche; quella di Angers, per esempio, piuttosto dissimile dalla ligure, veniva trattata in maniera particolare: il fendeur, in posizione eretta, si metteva il pezzo da sfaldare fra i piedi, muniti di zoccoli in legno, e ne traeva le lastre con mazza e scalpello; tuttavia gli era necessario rettificare queste ultime con un’apposita sega, poiché i ceppi a sua disposizione erano di forma fortemente irregolare a causa del tipo di roccia che non permetteva, con la tecnologia del passato, l’ottenimento di ceppi, appunto, o blocchi dalle superfici perfettamente piane e con dimensioni costanti. Per quanto concerne ancora l’ardesia ligure, la sfaldatura avviene oggi in questo modo: lo spacchino, secondo le sue abitudini, puó dapprima tracciare sul giusto lato del ceppo, per mezzo di un angolo del cuneo, alcune linee divisorie che gli servono come guida nelle suddivisioni principali: quindi, disposto il cuneo stesso lungo la linea mediana, comincia a percuoterlo con il mazzuolo finché non si sia accennata una lieve fessura. Se l’ardesia è di prima qualità e il ceppo da sfaldare non troppo grande, la separazione in due metà avviene quasi istantaneamente, in seguito a pochi colpi di mazza o subito dopo aver fatto penetrare la scalpella di qualche millirnetro nella pietra; Se, tuttavia, si devono ottenere lastre piuttosto ampie, lo spacchino compie, in certi casi, anche un leggero movimento di leva col cuneo. Qualora, invece, la proprietà fissile del pezzo da sfaldare sia non molto accentuata, a causa, sovente, dell’eventuale evaporazione dell’acqua interna, l’operaio inserisce con forza il cuneo in uno od entrambi gli spigoli laterali del ceppo, in corrispondenza della fessurazione formata precedenternente, che in tal modo viene resa più netta, così da garantire una sfaldatura omogenea; in caso contrario si corre il rischio di provocare irregolarità, quali assottigliamenti, differenze di spessore fra le due parti staccate, eventuali rotture o soluzioni di continuità (come piccoli scalini), con maggior frequenza quanto maggiori sono le dimensioni delle lastre da realizzare e quanto più si prosegue nel lavoro. Via via che le porzioni laminizzate si assottigliano, diventa in ogni caso sempre più difficile compiere con precisione l’operazione, in quanto la resistenza di ogni successivo pezzo diminuisce fino al minimo consentito dei cosiddetti doppioni, cioè le lastre che devono subire l’ultimo definitivo sdoppiamento. Con ceppi da lastre grandi il lavoro si fa di frequente più complesso, in quanto può diventare necessario usare contemporaneamente un paio di cunei, in particolare nella delicata manovra di progressiva apertura dei doppioni: talvolta, quando uno di tali utensili è penetrato sufficientemente, si inserisce anche l’altro nella fenditura e li si usa insieme come leve, con movimento contrapposto; inoltre, se l’ardesia è piuttosto restia allo spacco, viene lasciato cadere un cuneo all’interno della fessura ormai profonda, affinché esso faccia da fulcro alla forza impressa dallo spacchino, che in questa eventualità spinge una contro l’altra le due facce interne delle lastre in divenire, fino alla completa separazione. Ci si chiederà come mai la sfaldatura venga sempre eseguita in modo da dividere i pezzi di volta in volta a metà: la risposta, che forse sembrerà scontata a posteriori, non è poi così banale nè facile da cogliere intuitivamente. Tutti gli addetti sanno per esperienza che la fessura di spacco tende a deviare in direzione di un eventuale spessore minore del pezzo sottoposto al processo di sfaldatura: in definitiva, se Si cercasse di laminizzare un ceppo partendo da un lato dello stesso, si otterrebbe solamente una serie di pezzi rovinati e di scaglie, proprio perché le rispettive masse, e quindi la resistenza e l’elasticità delle due parti da ottenere, non sarebbero bilanciate. Spesso, per un’analoga asimmetria di tensioni interne della roccia, quando questa è poco sfaldabile, lo spacchino spinge con un ginocchio sul pezzo durante l’esecuzione dello sfaldamento, aiutando così a fare resistenza ad un’eventuale deviazione della fenditura. Nell’area della lavagna è invalsa, da tempo indeterminato, la regola di ottenere un numero costante di lastre da copertura in relazione ad un certo spessore del ceppo: per questo si dice ancora trentasei a palmo, ossia trentasei abbadini da ottenere per ogni 25 centimetri di altezza del ceppo da trattare. Uno spacchino dei primi dell’800 riusciva a sfaldare un ceppo intero in meno di un quarto d’ora, producendo dalle trenta alle quaranta lastre; saltuariamente, però, qualcuna di esse veniva scartata, poiché durante l’operazione subiva danneggiamenti a causa di qualche anomalia della roccia o per ha scarsa esperienza del cavatore-spacchino, oppure in seguito al tentativo di produrre lastre eccessivamente sottili, desiderandole più numerose a parità di spessore del ceppo. Caratteristica costante è da sempre l’attenzione al mantenimento dell’umidità all’interno dei pezzi staccati ancora da laminizzare: a questo scopo si usava bagnare i ceppi rimasti troppo tempo in cava, oppure impermeabilizzarli coprendoli con la cosiddetta boiacca, fanghiglia formata da acqua e polvere d’ardesia; ancora oggi tale mezzo viene impiegato, onde evitare l’evaporazione dell’acqua di imbibizione, permettendo così di rimandare il lavoro di sfaldatura senza il timore che ha roccia si indurisca e diventi difficile o impossibile suddividerla in lastre. In passato, qualora un ceppo fosse ormai asciutto, veniva lasciato a lungo nell’umidità; peraltro, secondo pratica, con alcuni tipi di lavagna si effettuava addirittura l’esposizione al sole per migliorarne la sfaldabilità, anche se un effetto troppo prolungato dei raggi solari rischiava di provocare il risultato opposto. Similmente vi sono ardesie in Francia e Belgio, che per essere lavorate al meglio delle possibilità devono perdere l’acqua libera presente al loro interno, previa esposizione all’aria aperta per un certo periodo di tempo. |
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Trasporti
Molto diverse tra loro erano le specifiche situazioni nelle vane aree estrattive delle ardesie anche per quanto concerne il trasporto dei manufatti dalle cave ai luoghi di rifinitura, seconda lavorazione e deposito, e da questi ai vari mercati di destinazione del prodotto. Il bacino di Angers, per esempio, è sempre stato molto avvantaggiato in questo senso, da una parte in virtù della regione pianeggiante, dall’altra grazie alla realizzazione di canali di - navigazione verso Nantes e Orleans fin dal XV e XVI secolo, e di un altro, terminato nel 1642, in collegamento al bacino della Senna, e dunque con Parigi: così l’ardesia angevina, che raggiungeva zone molto distanti in poco tempo e a costi abbastanza contenuti, poteva diffondersi ancor più lontano ripartendo dai porti marittimi cui perveniva. Le ardesie e pseudoardesie delle Ardenne erano invece inviate verso il Nord-Est della Francia sulla Meuse e sui canali connessi, tra cui uno, dal 1830, permetteva di arrivare a Parigi. Se in passato il ruolo dei corsi d’acqua fu preponderante, non insignificante divenne gradualmente l’apporto dei carri, coi quali nel 1850 si trasportavano le lastre anche fino a Rouen; in seguito, dai tempi della prima guerra mondiale, i mezzi su ruote hanno reso completamente desueto il cabotaggio. Il Gaihes esportava la sua ardesia in Irlanda e in tutta l’Inghilterra fin dal XVI secolo per mezzo di battelli: sul finire dell’800 l’ardesia inglese era molto diffusa in vari paesi del mondo, dall’Europa, all’America, all’Australia. In tutti gli altri paesi produttori d’ardesia, esclusa l’Italia, i problemi di trasporto non sono stati quasi mai molto determinanti nei confronti dello sviluppo dell’attività ardesiaca, principalmente perché la nascita delle relative imprese riguarda di solito la storia degli ultimi cento-centocinquant’anni, quando già le possibilità di comunicazione erano piuttosto favorevoli anche in assenza di vie navigabili; la Spagna, poi, che oggi è uno dei grandi produttori, è presente sul mercato mondiale da appena una ventina d’anni. Per quanto concerne il problema dei trasporti interni di materiale, ossia da dentro le cave all’esterno, si puó affermare che essi siano in relazione ad ogni singola situazione naturale, ma anche in funzione del tempo, essendo legati a specifiche possibilità tecniche, al particolare assetto organizzativo del lavoro e perció anche a contingenti fattori economico sociali, e dunque storici. E' allora molto significativo esemplificare la questione facendo riferimento all’interessante e sfaccettata realtà della lavagna, caratterizzata sotto l’aspetto geomorfologico dai rilievi appenninici, nel cui contesto si sviluppa, fra l’altro, l’antinomia tra il mondo rurale e piuttosto povero dei lavoratori delle cave e quello mercantile e cittadino della costa, dalla quale veniva smistata la produzione di ardesia, controllata e influenzata da pochi commercianti. Poiché le antiche cave d’ardesia ligure, indipendentemente dal fatto di essere condotte col sistema a tetto o a soglia, erano piuttosto anguste e tortuose nelle imboccature e nei passaggi interni, risultava pressoché impossibile trasportare ceppi anche di medie dimensioni all’esterno; per questo la sfaldatura veniva eseguita prevalentemente in sotterraneo, benché altre impellenti ragioni concorressero in tale scelta. In ogni caso era necessario usare un metodo faticoso e lento, per portare le lastre all’uscita: il cavatore, col busto inclinato verso il basso, si caricava un gruppo di lastre, o talora un ceppo di dimensioni contenute, in modo da appoggiarlo sulla schiena, tenendolo agganciato con le mani poste alle proprie terga; ciò, invero, lo esonerava dal dover posare e risollevare continuamente il carico per passare attraverso gli stretti, e spesso bassi, corridoi e gallerie. Dalle cave poco progredite in sotterraneo, o per lo meno caratterizzate da imboccatura e andamento pressoché orizzontali, era possibile portare all’esterno lastre di notevoli dimensioni, fino a tre metri di lunghezza, utilizzando una specie di portantina munita di appigli che permettevano a due o quattro operai di trasportare una lastra per volta, disposta per lungo e in posizione verticale; tale mezzo veniva adottato anche nei trasporti esterni. Il sistema e le condizioni dei trasporti delle lastre di lavagna fino al mare costituirono un aspetto essenziale e determinante nello sviluppo della locale attività ardesiaca in passato, soprattutto perché le cave venivano aperte in luoghi spesso disagevoli e, ad ogni modo, in un’area collinare-montuosa (il Sangiacomo) priva di strade carrozzabili: sui sentieri della zona, in parte ripidi e sdrucciolevoli, anche l‘impiego di animali da soma si rendeva difficoltoso e rischioso, dal momento che lo scopo fondamentale era quello di giungere a destinazione col materiale integro; come si vedrà, l‘unica possibile alternativa era costituita dall’uomo, o più esattamente, per lo meno nella maggioranza dei casi, dalla donna. |
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