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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
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Rifinitura
Nel mondo, da sempre, l’impiego più diffuso delle ardesie consiste nelle coperture in genere; per questo si può ben dire che il caso dell’ardesia italiana, utilizzata fin dalle origini dell’attività estrattiva per scopi piuttosto diversi, non è che un’eccezione a conferma della regola. E improprio parlare di lavorazione secondaria, almeno in passato, per le ardesie in generale; infatti il ciclo produttivo si esauriva, in pratica, con la realizzazione stessa di lastre. Tuttavia nell’ambito della lavagna vi è stata una differenziazione di usi per i quali era necessaria l’opera di scalpellini che intagliavano, rifinivano, rettificavano e addirittura scolpivano l’ardesia. Oggigiorno, poi, si è giunti ad ottenere prodotti altamente specializzati, quali i ripiani per biliardi, la cui perfetta realizzazione è resa possibile da macchine utensili appositamente ideate. Un tempo gli scalpellini si occupavano di rettificare ogni tipo di lastra: infatti, appena dopo lo sfaldamento, tutte risultavano avere il bordo inclinato, che dunque veniva, per così dire, raddrizzato con il frappo. D’altra parte, non sempre le lastre necessitavano di tale accorgimento, in quanto la forma del bordo aveva un’importanza marginale per certe applicazioni, come nel caso dei trogoli e, spesso, delle stesse coperture; al contrario, si usava rifinire nel dettaglio i pezzi destinati ad utilizzi decorativi, oltre che funzionali: stipiti, gradini, mensole, alcuni tipi di lastre da pavimentazione, ed ogni oggetto puramente estetico, fra cui i bassorilievi, in forma soprattutto di sovrapporte, costituivano la produzione più specializzata. Evoluzioni tecniche tra Ottocento e Novecento Parlare di evoluzione significa affrontare problemi di ordine innanzitutto storico. Le sostanziali modificazioni e i più importanti progressi tecnici nel campo delle industrie ardesiache in tutto il mondo si sono attuati tra la metà del XIX Secolo e poco oltre la metà di questo: le vere e più significative novità sono scaturite in seguito all’impulso o parallelamente allo sviluppo dell’industria moderna; anzi, numerose industrie ardesiache sono nate proprio in concomitanza di questa spinta generale, come è avvenuto negli Stati Uniti, in Portogallo o in Cecoslovacchia. E anche vero, però, che in determinati settori del ciclo lavorativo dell’ardesia, soltanto di recente si è assistito a miglioramenti tecnici degni di considerazione, ottenuti con un certo ritardo proprio perché implicanti soluzioni tecnologiche di livello piuttosto avanzato: è il caso delle tagliatrici a catena, realizzate negli anni ‘SO-’60, o delle moderne e costose attrezzature dei laboratori e degli stabilimenti odierni, rese realizzabili anche grazie all’innesco di un complessivo processo espansivo dal punto di vista economico-commerciale. Per quanto riguarda la lavagna, la cui realtà è al contempo singolare ed emblematica, si può senza dubbio affermare che, mentre la sua industria si era tramandata pressoché uguale a se stessa dalle origini all’800, proprio nella seconda metà di quel secolo cominciò a trasformarsi sotto molteplici aspetti. Tale metamorfosi si attuó parallelamente al passaggio del centro dell’attività dall’area storica del monte Sangiacomo alla quasi adiacente Val Fontanabuona. La progressiva estinzione delle cave della vecchia zona comportò anche la scomparsa dell’arcaico metodo di coltivazione a tetto, in favore di quello a soglia; ecco appunto il primo cambiamento notevole, risultato di una serie di fattori, soprattutto economico-sociali, e contemporaneamente causa di altri, tra cui un incentivo alto sviluppo tecnico in relazione ad un miglioramento dei profitti. Si tornerà in un contesto più adeguato a sviluppare le questioni or ora accennate: per il momento sarà meglio procedere con ordine all’analisi dei singoli punti d’interesse tecnico, argomentazione di cui in particolare ci si vuole occupare a prescindere da implicazioni di carattere socio-economico. Dunque, mentre la zona storica dell’ardesia ligure non riuscì a rimanere al passo, isolata e ostacolata principalmente dalla mancanza di strade carrozzabili, la nuova area estrattiva conobbe un veloce incremento, anche se complessivamente l’entroterra relativo alla costa del golfo del Tigullio subì il peso dell’emigrazione, con intensità alternata lungo tutto l’arco del secolo scorso ed oltre. In Fontanabuona dopo i primi decenni di attività ardesiaca comparvero le prime originali e nuove soluzioni tecniche:cominciarono, infatti, ad apparire attraverso le convalli i cavi delle teleferiche impiegate per il trasporto fino alle strade del materiale estratto dalle cave situate sui lati opposti dei monti, rispetto all’ubicazione delle carrozzabili a valle (la prima strafia risale al 1876). Tale nuova opportunità garantiva un grande risparmio di fatica ed energia, risparmio che, tra l’altro, era massimo per il loro funzionamento, in quanto si sfruttava il peso del carico che, scendendo lungo un cavo fisso su uno dei due carrelli collegati alle estremità di un cavo scorsoio, provocava la risalita dell’altro, vuoto, lungo un secondo cavo portante, parallelo al primo. L’impiego di funicolari ebbe il vantaggio di accorciare a tal punto i tempi di trasporto dell’ardesia ai laboratori, sempre più spesso ubicati accanto ai terminali d’arrivo, da permettere l’invio di materiate utile in forma di biocchi o ceppi ancora da sfaldare, senza il timore di un’eccessiva perdita di umidità interna, e perciò della fissilità. Oggi tali strutture sono superate, poiché si considera più vantaggiosa la realizzazione di carrozzabili, quasi sempre sterrate, sulle quali giungere alle cave direttamente con automezzi; tuttavia, fino a una ventina d’anni fa alcuni di questi impianti erano in attività, al servizio di cave di sfortunata ubicazione. Da notare il fatto che, quando in tutta la Liguria non esisteva ancora il telefono pubblico, erano stati installati collegamenti telefonici per comunicare tra le postazioni opposte delle funicolari. Dai primi del ‘900 si diffuse l’impiego dei carrelli su binari decauville per il trasporto dei blocchi dall’interno all’esterno delle cave, che cominciavano ad essere condotte in base a criteri più razionali: grazie ai verricelli, infatti, era possibile sollevare e caricare i blocchi interi sui carrelli stessi, che a loro volta, se non potevano essere spinti a braccia, venivano trainati da paranchi, in particolare qualora fosse necessario superare notevoli dislivelli procedendo su piani anche molto inclinati; con vagoni, inoltre, si evacuava lo sfrido, che era poi riversato sui terreni circostanti le cave. Si mostrò dunque palese l’importanza dei cavi metallici ad alta resistenza, prima d’allora inesistenti; grazie ad essi nacquero possibilità e soluzioni tecnicoorganizzative nuove, che peraltro spinsero a provare in direzioni destinate anche all’insuccesso: si allude ai mancati tentativi di utilizzare, in analogia con le tecniche dell’industria marmifera, le tagliatrici a filo elicoidale, che furono sperimentate verso la fine dell’800-primi del ‘900, e nuovamente nel primo dopoguerra. Anche per l’ardesia ligure, infatti, si era pensato di adoperare tale sistema per il taglio dei blocchi in cava, senonché, a causa soprattutto delle difficoltà operative dovute ai limiti di spazio in sotterraneo, non si ottennero i risultati sperati: in primo luogo era necessario che il filo fosse molto lungo per potersi raffreddare, ed inoltre la direzione di taglio avrebbe dovuto essere sempre perpendicolare ai piani di sfaldamento. Tate tipo di tagliatrice non rendeva possibile, tra l’altro, il completo isolamento del blocco dal banco, in quanto poteva eseguire il taglio solamente su due lati contrapposti di un blocco preventivamente isolato agli altri due lati, presso i quali, ulteriore inconveniente, doveva esservi uno spazio non trascurabile onde dislocare le apparecchiature; infine, la polvere d’ardesia, mescolandosi alla sabbia abrasiva necessaria al taglio, neutralizzava in parte la stessa capacità tagliente del filo, dal momento che lo impastava colmandone gli interstizi. Alla base di tali problemi si poneva, per l’appunto, la sotterraneità e l’angustia delle cave, senza dimenticare che l’impiego di un simile mezzo si rendeva eventualmente possibile quando una cava fosse gia piuttosto ampliata e quindi precedentemente coltivata con i sistemi tradizionali, la qualcosa avrebbe comportato un’impostazione del lavoro più rigorosa e difficoltosa del normale, per un vantaggio, tutto sommato, poco consistente. Poiché si è accennato alla scarsa ampiezza delle vecchie cave di lavagna, è necessario sottolineare che tale caratteristica non va considerata come generale, dal momento che esistono da lungo tempo, cave d’ardesia a cielo aperto, oppure sotterranee, di notevole ampiezza, sia nella stessa Liguria sia in diverse parti del mondo; il filo elicoidale, però, non ha mai trovato esiti soddisfacenti in quelle italiane e, nonostante nuovi tentativi compiuti durante gli anni ‘60, è stato definitivamente accantonato con l’avvento delle tagliatrici a catena. Paradossalmente, nelle cave dell’Anjou si sta cercando da qualche tempo di sostituire le mine per l’abbattimento della roccia utile con il Segaggio a filo elicoidale (portante grani di corindone, ovvero ossido di alluminio). Sebbene fino agli ultimi decenni non vi siano stati progressi straordinari per quanto concerne il lavoro in cava, tra la fine del secolo passato e la metà di questo vi furono buoni miglioramenti nel campo dei trasporti e dell’organizzazione produttiva, come si vedrà; in tutti i casi si fece un notevole passo avanti nei confronti di problemi da sempre presenti: primo fra tutti la silicosi, grazie all’attuazione di più favorevoli condizioni di lavoro dal punto di vista operativo e sanitario, ottenute anche per via dell’ormai consueto sistema di coltivazione a terra. Da notare che in Francia, sul finire dell’800, si passò da un locale metodo di coltivazione a terra (en descendent) ad uno a tetto (en remontant): le cave di Angers, fin dalle origini a cielo aperto, per potersi sviluppare, essendo divenute troppo profonde, necessitarono di nuove tecniche di sfruttamento, a causa delle quali si trasformarono in sotterranee; i due sistemi anzidetti vi si avvicendarono, poi, nel giro di pochi decenni. In Liguria, comunque, grazie al sistema a soglia, il cavatore evitava un contatto troppo diretto con la polvere prodotta durante la picconatura; nelle cave di tipo a cielo, invece, egli si trovava sotto continua e diretta inalazione della polvere stessa. A proposito dell’industria ardesiaca di Angers-Trélazé, è utile inserire, a titolo comparativo con quella lavagnese, una breve digressione sulle tecniche di lavorazione cola adottate in passato. il sistema di coltivazione dei grandi banchi della zona consisteva, dapprima, nell’aprire uno scavo all’aperto, profondo 3-4 metri nel senso della giacitura, dopodiché si abbattevano, ai lati di questo, gradoni simmetrici alti altrettanto, e così via via in modo da ottenere col tempo due gradinate discendenti al centro della cava; i blocchi staccati, poi, venivano suddivisi in pezzi trasportabili da uomini, per mezzo di gente, ai fenditori, sistemati al di fuori dell’area di sfruttamento. Tra 1’800 e il ‘900 vi furono, in realtà, alcune innovazioni concrete nell’ambito del lavoro nelle cave di lavagna: la prima consistette nell’adozione dei turni ad acetilene, in graduale sostituzione di quelli tradizionali ad olio; un’altra nell’impiego diffuso delle mine in operazioni di scavo; l’ultima nella comparsa della binda, martinetto per il sollevamento dei blocchi. L’acetilene, gas ottenibile unendo acqua e carburo di calcio, era conosciuto dal 1836; tuttavia, per la messa a punto e la diffusione di relativi lumi portatili il suo uso si fa risalire ad alcuni decenni più tardi, come si deduce dalla presenza di un particolare accessorio in alcune delle cave dell’area storica della lavagna coltivate più di recente: si tratta di una sorta di raccoglitori d’acqua, scavati in piccoli blocchi d’ardesia, che i cavatori disponevano in corrispondenza di gocce in caduta dalla roccia, onde ottenere acqua limpida per la ricarica, appunto, dei lumi ad acetilene. Nel mondo rurale della lavagna l’abitudine al lume tradizionale costituì un certo ostacolo al diffondersi di quello moderno, in ragione del fatto che l‘olio di sansa ed il furfuroto, da esso derivato, erano a disposizione di contadini e cavatori, mentre il nuovo combustibile era per loro più costoso e difficilmente reperibile. Oggi, accompagnato dall’illuminazione elettrica, il lume ad acetilene resta uno strumento quasi indispensabile nelle cave sotterranee: i suoi grandi pregi, rispetto a quello classico, consistono nella maggior luminosità, in una maggiore autonomia e nell’assenza di fumi durante la combustione. Un discorso particolare va fatto a proposito delle mine: non si sa esattamente quando cominciarono ad essere adoperate nell’industria ardesiaca, ma è sicuro che in Liguria, durante il secolo scorso, divenne pratica via via più diffusa quella di usufruire dell’esplosivo nei lavori di scavo preliminari alla coltivazione vera e propria dei banchi; nelle cave dell’Anjou, invece, gli esplosivi vennero impiegati in epoche precedenti, sia in operazioni preliminari sia nell’abbattimento di fronti di cava costituiti da roccia utile da scomporre poi in blocchi. Nelle cave di lavagna la polvere da sparo veniva ed anche oggi viene usata nei lavori d’apertura, principalmente per togliere di mezzo la porzione superiore del banco d’ardesia (un metro circa di spessore), onde approntare il piano di lavoro; nelle cave statunitensi, poi, si utilizzava anche durante l’estrazione. Quando ancora non esistevano i martelli pneumatici, per effettuare i fornelli da mina si utilizzavano trapani a mano di grande dimensione: in pratica, una barra con punta a vite veniva fatta penetrare nella roccia, grazie ad una torsione provocata per mezzo di leve. Nelle vecchie cave coltivate a cielo, le mine hanno trovato posto raramente anche per quanto concerne la realizzazione delle gallerie d’accesso, sebbene il loro impiego evitasse un lungo e faticosissimo lavoro di scavo rnanuale; d’altronde i cavatori del Sangiacomo non potevano sobbarcarsi agevolmente il costo dell’esplosivo, preferendo, toro malgrado, la lunga fatica ad una spesa viva, oltre al fatto che non sempre possedevano le cognizioni in merito alla preparazione e all’uso delle mine stesse: tuttora questa delicata fase della lavorazione, come altre, viene diretta dai cavatori più esperti, i capi, poiché l’impiego di cariche esplosive è pur sempre difficoltoso e rischioso, e tanto più doveva apparire tale in passato, quando il pericolo di incidenti, crolli e danneggiamenti in sotterraneo era certamente maggiore che in tempi recenti, viste e considerate le labili condizioni della struttura interna delle vecchie cave. In Fontanabuona, soprattutto, si crearono i presupposti favorevoli all’adozione di questo mezzo, gia adoperato da molto tempo nelle miniere in genere, dove tuttavia non si presenta quasi mai il problema di dover tutelare l’integrità del materiale utile; per l’ardesia, invece, si trattava di imparare a praticare lo scavo con te mine senza provocare danni e rotture compromettenti sia la, roccia da estrarre sia le strutture portanti della cava stessa, in cui un crollo avrebbe comportato un danno praticamente irreversibile, oltre al pericolo per l’incolumità degli addetti. Un altro importante elemento innovativo, volto a migliorare il lavoro in cava, fu costituito dalla binda, già diffusa, in versione di maggiori dimensioni, nell’industria marmifera apuana: quest’utile apparecchio permise di eliminare Ia faticosa operazione manuale del capovolgimento dei blocchi nelle cave coltivate a terra. Si tratta di una specie di cric, per usare una terminologia corrente, con cui si eseguiva il sollevamento del blocco, che doveva essere portato in posizione verticale affinché ricadesse, poi, sul lato opposto: essa è stata usata fino all’avvento della tagliatrice a catena, Ia quale, rendendo i blocchi di forma regolare (superfici con angoli retti), vanifica I’utilità di tale strumento. La binda era provvista di un’asta scorrevole munita di piede sollevatore e di cremagliera, in modo che, azionando l’apposita manovella con bloccaggio a nottolino, si potesse alzare lateralmente il blocco d’ardesia grazie a una demoltiplica a ingranaggi; tuttavia la corsa dell’asta consentiva un’alzata parziale, per cui, una volta puntellatolo con paletti di legno o pezzi d’ardesia, e dopo aver riportato a zero la cremagliera, si continuava a sollevare il blocco e ad inclinarlo, sfruttando come punto d’appoggio le cosiddette cornette, ovvero una sorta di biforcamento in testa all’asta scorrevole, doppio affinché non desse adito a fare da fulcro per un eventuale spostamento rotatorio del blocco stesso, cui la binda veniva sottoposta: questo, infine, giunto in bilico sul suo spigolo a terra, veniva lasciato cadere capovolto. Di maggior peso furono i progressi tecnici per quanto concerne la lavorazione dell’ardesia nei laboratori, che erano quasi sempre situati in prossimità delle cave, e all’interno dei quali terminavano spesso i binari decauville. La prima rivoluzione industriale, ormai avvenuta, permise e determinó la creazione di macchine con le quali si resero superate alcune operazioni fino ad allora eseguite manualmente, senza contare che le prime piallatrici, fresatrici, segatrici, mosse in genere da motori idraulici, conferirono al materiale trattato caratteristiche di rifinitura irraggiungibili per mezzo dei sistemi ed utensili di lavoro tradizionali: tutto ciò portò, di conseguenza, ad una maggior produttività e ad una specializzazione e differenziazione dei prodotti; tra essi le grandi lastre da biliardo, che a fine secolo venivano fabbricate in Francia e in Italia. Bisogna aggiungere, però, che per l‘esecuzione di determinati lavori, primo fra tutti quello di sfaldatura dei ceppi, sempre più spesso eseguito all’esterno delle cave, come da sempre accadeva ad Angers, nessun mezzo meccanico poté sostituirsi alla perizia degli spacchini e degli scalpellini: costoro continuarono, pertanto, a tramandarsi le cognizioni tecnico-pratiche necessarie all’esecuzione dello Spacco naturale e alla realizzazione di singoli manufatti su commissione, o di altri in serie la cui fabbricazione era possibile unicamente secondo le metodologie classiche, come avveniva nel caso di trogoli e stipiti, ed inoltre ovunque si presentasse la necessita di speciali finiture di carattere decorativo. In merito ai trasporti non vi furono sostanziali miglioramenti né all’interno di zone ardesiache gia avanzate sotto questo aspetto, né laddove si fosse da tempo consolidata una situazione ormai antiquata e difficilmente rinnovabile in concreto: i due termini di paragone sono ancora una volta l‘industria dell’ardesia di Angers, da una parte, e quella lavagnese, dall’altra. L’area dell’ardesia ligure conobbe, infatti, la sua vera e sostanziale rivoluzione nei trasporti, in senso moderno, soltanto dopo la meta del corrente secolo, come si vedrà, mentre quella francese aveva da tempo risolto i suoi problemi per mezzo dei corsi d’acqua. In generale, comunque, la grande espansione dei commerci in epoca recente è dovuta al grande sviluppo delle vie di comunicazione terrestri. |
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Evoluzioni tecniche nel secondo dopoguerra
Estrazione A grandi linee si è tracciato il percorso evolutivo dell’industria ardesiaca per quanto riguarda le tappe più importanti sotto il profilo tecnico nel periodo compreso tra gli ultimi decenni del secolo scorso e i primi di questo secolo. Tra le due guerre non vi furono rnodificazioni di rilievo, a parte cambiamenti nell’assetto produttivo, in relazione alle leggi di mercato, ossia variazioni da un punto di vista quantitativo più che qualitativo. Durante l’ultimo conflitto mondiale, tutti i settori industriali subirono una battuta d’arresto senza precedenti, seguita da un impulso verso la ricostruzione. Di fronte alla consapevolezza di essere praticamente a un nuovo punto di partenza, gli imprenditori e i cavatori d’ardesia tennero conto delle conoscenze e dell’esperienza passate, in modo da porre immediate basi alla realizzazione di nuove e più rispondenti strutture produttive: così, aiutati dalla graduale ma generate ripresa economica, poterono stimolare una specifica ricerca tecnologico scientifica e, soprattutto attraverso la sperimentazione pratica, creare mezzi tecnici davvero rivoluzionari. In Liguria non sempre fu facile o possibile riaprire le cave abbandonate avanti o durante la guerra, in primo luogo a causa dei crolli e degli allagamenti prodottisi internamente nel corso degli anni di inattività, ma anche per l’esitazione a riprendere il lavoro da parte di molti cavatori, che erano i depositari del bagaglio conoscitivo necessario alla conduzione delle imprese; fu abbastanza chiaro, peraltro, che la domanda di ogni tipo di materiale, al di là della relativa convenienza economica per l’acquirente, avrebbe determinato la ripresa dell’attività ardesiaca. Vennero così costruite strade di collegamento tra le cave e i laboratori, oppure riattivate o realizzate teleferiche nei casi di maggior ostacolo, mentre con le moderne pompe idriche si prosciugarono le cave allagate ancora coltivabili; spesso furono create nuove gallerie d’accesso più ampie, onde consentire il passaggio di blocchi molto grandi, da portare all’esterno su carrelli decauville spinti a braccia o trainati per mezzo di argani; più tardi, laddove si dimostrasse conveniente e possibile, I blocchi cominciarono ad essere caricati direttamente in cava su automezzi. Dei due metodi di coltivazione delle cave di lavagna rimase in auge solo quello a terra, ormai ben collaudato, il quale, con le debite variazioni, permane tuttora. Tuttavia, fino alla metà inoltrata degli anni ‘50 il lavoro in cava restó imperniato sull’uso del piccone: in effetti, molte delle spese sostenute dopo it ‘45 erano state devolute al ripristino e al miglioramento delle strutture preesistenti, più che alla ricerca tecnologica; tuttavia, nel ‘47, ad opera dei fontanini Italo Arata e Italo Albani, fu inventata la prima tagliatrice a catena con denti al widia, poi imitata da altri, una volta decaduto il brevetto. Inoltre, dopo il 1960-75, il rilancio del biliardo, molto richiesto negli Stati Uniti, diede forte impulso alle imprese ardesiache liguri, creando notevoli interessi anche nei settori indotti: così anche per quanto riguarda il lavoro in cava, si sopperì alla fino ad allora scarsa evoluzione tecnica, grazie alla nascita di aziende produttrici di specifici macchinari, spesso ideati e realizzati per merito di iniziative private. Le moderne tagliatrici costituiscono, senza dubbio, il più sostanziale miglioramento avvenuto nell’industria ardesiaca ligure, non solo dal punto di vista tecnico; ad ogni modo, fu necessario attendere alcuni anni per una generale diffusione di tali macchine, inizialmente monopolio di una sola azienda. Nel frattempo, un altro tipo di tagliatrice, composta sostanzialmente da una lama circolare in widia, azionata da un motore elettrico, fu costruita in non molti esemplari, all’inizio degli anni ‘50, dal chiavarese Giuseppe Raffo; per la verità non ebbe molto successo a causa della sua limitata funzionalità, in quanto non poteva praticare nel banco tagli più profondi di 35 centimetri, poiché il perno su cui girava la ruota dentata, il cui diametro era di poco superiore ai 70 centimetri, non consentiva, ovviamente, un affondamento maggiore. Nello stesso tempo, tale macchina presentava altri inconvenienti: in primo luogo la sua lama necessitava di un costante raffreddamento con acqua; inoltre, i tagli con essa effettuati non risultavano perfettamente squadrati, bensì curvilinei ai loro estremi secondo la forma circolare della lama stessa: ciò provocava sovente rotture e strappi nel blocco d’ardesia quando se ne eseguiva il distacco dal banco, dal momento che l’isolamento non era mai perfetto e i tagli mai del tutto combacianti tra loro; in secondo luogo, per poter mantenere ben lubrificata la sega circolare, che altrimenti si sarebbe inceppata durante il taglio, veniva consumata una notevole quantità di olio nuovo, fuoriuscente dalla macchina nei pressi dell’asse di rotazione; infine, non era possibile ottenere tagli di massima profondità in una sola ripresa: di conseguenza era necessario eseguire due volte di seguito l’operazione, onde raddoppiare l’altezza di un medesimo taglio. Nel giro di quindici-vent’anni, però, si sarebbe diffusa, come si è detto, la rivoluzionaria tagliatrice a catena, il cui punto di forza si dimostró consistere in una grande versatilità sotto tutti gli aspetti: dalla sua maneggevolezza alta precisione, dalla possibilità di raggiungere profondità di taglio ragguardevoli alla robustezza della macchina stessa. L’elemento caratterizzante è, appunto, la catena provvista di denti al carburo di tungsteno, ossia widia, parola che da un’abbreviazione in tedesco significa come il diamante. Durante gli anni 50-60, grazie anche a nuovi realizzatori, quali i chiavaresi Bellagamba e Ratto, e fino ad oggi, le tagliatrici a catena sono state oggetto di successive modifiche ed adattamenti, che ne hanno migliorato le doti: ad esempio, esse sono state integrate da dispositivi di autoregolazione, oppure rinnovate nella struttura per poter essere utitizzate in particolari condizioni di lavoro; in tutti i casi, la loro concezione e i relativi componenti base sono rimasti quelli d’origine. Divenuta, ormai, insostituibile ausilio, la tagliatrice a catena è costituita da tre apparati essenziali: un telaio, un motore, una catena dentata. I prototipi potevano tagliare fino ad una profondità di 45-50 centimetri, mentre quelle odierne arrivano ad effettuare tagli profondi fino a un metro e mezzo. Sul telaio è montato un castello mobile al quale è fissato un motore elettrico con potenza, in genere, di 2,5 CV; a quest’ultimo è direttamente collegato il pignone di trazione della catena, la quale scorre sul bordo di una piastra lunga intorno a 150 centimetri e larga 10-15 centimetri, detta coltello, alla cui estremità esterna è fissato un ingranaggio di ritorno da 8 centimetri di diametro: tale apparato è concettualmente identico a quello delle seghe a motore a scoppio adoperate per tagliare il legname. Quando Ia macchina tagliatrice è stata disposta sul piano di sbancamento, in modo da trovarsi in perpendicolare al bordo d’alzata di quello, il coltello, che è regolabile, viene reclinato quanto è necessario per consentire un taglio della profondità desiderata; non appena messo in moto il motore, la catena inizia a girare e, contemporaneamente, tutto l’apparato comincia a muoversi sul telaio grazie al motore stesso che, tramite un dispositivo a vite senza fine, provvisto di frizione.. automatica, permette il lento spostamento longitudinale della sega con un’escursione massima di circa tre metri, ottenendo, così, un taglio altrettanto lungo, la cui larghezza, costante, è di soli tre o quattro centimetri. La tagliatrice a catena ha una velocità di avanzamento che varia secondo la consistenza della roccia: da uno a cinque metri l’ora, considerando una profondità tra i 60 centimetri e il metro; risultato eccezionale se si pensa che in passato, per realizzare col piccone una formella di media sezione e lunga un metro e mezzo-due metri, era necessaria una giornata di lavoro di un cavatore, per non parlare, poi, di quando la picconatura veniva eseguita in cave condotte secondo il metodo a tetto. Dunque, i vantaggi di quest’apparecchio sono molteplici: non solo la rapidità, il diretto incremento produttivo, il risparmio energetico e lavorativo, ma anche il contenimento dello scarto, nonché la forma dei blocchi assolutamente regolare, tranne in presenza di eventuali difetti congeniti della roccia utile, ed ancora un combaciamento dei tagli praticamente perfetto, grazie al piccolo pignone di ritorno della catena dentata, il quale risolve quasi del tutto il problema dell’angolo arrotondato nella parte interna del taglio medesimo, evitando quindi il prodursi di rotture durante lo spiccamento del blocco, come succedeva nell’uso delle tagliatrici a lama circolare. Infine un fattore essenziale ne ha decretato il più completo successo: i cavatori non debbono più lavorare in continuo e diretto contatto con la polvere, o, per lo meno, non nelle immediate vicinanze dei punti in cui essa viene prodotta; ciò grazie all’automazione della tagliatrice, che, una volta avviata, permette all’operaio di tenersi a sufficiente distanza dalla polvere stessa anche durante le operazioni di controllo messa a punto e saltuaria lubrificazione della catena per mezzo di olio usato. Recentemente sono state sperimentate tagliatrici con catena a denti diamantati: la loro resa è maggiore rispetto a quelle con denti al widia, ma gli altissimi costi del ricambio non ne permettono un utilizzo abituale, almeno per il mornento; ad ogni modo, esse permettono un taglio ancora più rapido, ed anche il trattamento di roccia molto dura. Negli anni dell’immediato dopoguerra, prima dell’avvento delle tagliatrici, il lavoro in cava seguiva praticamente una metodologia consolidata da lungo tempo, benché si fosse cercato di progredire in varie direzioni, adottando, tra l’altro, martelli pneumatici per l’esecuzione del distacco dei blocchi; tali strumenti vengono tuttora utilizzati a questo scopo. Le più importanti innovazioni tecnicoorganizzative si ebbero, però, nel campo dei trasporti e in quello della lavorazione secondaria, tanto è vero che si cominciò a realizzare strade più agibili verso le cave e soprattutto iniziarono a sorgere laboratori più moderni di quelli attivi nella prima meta del ‘900, i quali, spesso, erano di eredità ottocentesca:non più, dunque, gli strumenti artigianati o le elementari macchine della prima industrializzazione, bensì impianti nuovi con attrezzature specificamente realizzate da alcune fabbriche sorte nell’area estrattiva della lavagna. In Liguria il maggior impulso alla modernizzazione fu provocato negli anni ‘60-’70 dall’imponente richiesta di lastre da biliardo; ciononostante, fino al 1970 ed oltre (talora pure oggi), in numerose cave vigeva il sistema di trasporto interno con carrelli su binari a passo ridotto, nel qual caso le gallerie d’accesso erano in genere molto basse, intorno al metro e mezzo, e larghe altrettanto, mentre i blocchi ivi estratti non superavano le dimensioni di centimetri 240 x 120 x 80 circa. Anche le teleferiche venivano talvolta impiegate in tempi recenti. Nelle tecniche d’indagine e di localizzazione dell’ardesia non vi sono stati sostanziali miglioramenti, tanto che ancora ci si serve di metodologie empiriche, la cui messa in pratica è lasciata principalmente ai cavatori più esperti, l’intuito dei quali sopperisce alla carenza di procedimenti supportati da un certo valore scientifico. Per concludere va aggiunto che l’illuminazione elettrica in cava, comparsa sporadicamente tra le due guerre, divenne sempre più diffusa dopo la seconda guerra mondiale, grazie allo sviluppo delle relative reti anche in località distanti dai centri principali: gli allacciamenti erano e sono effettuati quasi sempre a spese degli imprenditori. |
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