|
Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
|
|
|
|
TRADIZIONE E STORIA DELLA LAVAGNA
Quando l’ardesia si chiamava <
Una trattazione ancor più specifica di quella finora condotta, e dunque del tutto a se stante, va obbligatoriamente dedicata alla storia dell’ardesia ligure e al suo mondo, nel quale si ritrova, da un lato, una sintesi di situazioni ed eventi di interesse generale, dall’altro forme e manifestazioni peculiari, pregne di quella tradizione e cultura locale in cui talora confluiscono, idealmente o effettivamente, elementi provenienti da realtà diverse. L’industria della lavagna, sicuramente la prima in ordine cronologico nel campo delle ardesie, merita la massima considerazione, poiché, pur non essendo mai stata, negli ultimi Secoli, ai primi posti nel mondo per quanto riguarda il volume di produzione e di affari, presenta una sfaccettata serie di caratteristiche uniche nel suo genere; inoltre comporta alcuni aspetti comuni a quasi tutte le industrie ardesiache degli altri paesi: difatti, se alcune fenomenologie appartengono in esclusiva alla storia socio-economica e organizzativa dell’ambiente ardesiaco ligure, d’altro canto molti diversi connotati rendono questo contesto esemplare e onnicomprensivo dei multiformi problemi e situazioni inerenti all’argomento nel suo complesso. Dopo aver condotto l’analisi sulle tecniche di lavorazione e sulle caratteristiche e proprietà delle ardesie, per le quali un discorso globale ma con specifici riferimenti si ritiene esaustivo anche e soprattutto riguardo alla varietà ligure, è ora opportuno affrontare, in relazione a queslultima, l’insieme delle questioni connesse alla storia, all’economia e alla società. |
|
|
Origine e primo sviluppo
dell’attività ardesiaca in Liguria
Esistono numerosi documenti a testimoniare che la lavagna veniva adoperata intorno al 1000-1100, ed anzi, si e Sicuri che all’epoca si fosse ormai sviluppata una vera e propria attività estrattiva organizzata, certo non su scala industriale in senso stretto ma, per lo meno, di portata ultralocale. Peraltro, alcuni dati possono far pensare ad una conoscenza di tale roccia in epoca romana: Nel trentaseieSimo libro della Naturalis Historia di Plinio, nell’Historia di Tito Livio (libro XLI, capitolo 19) e nell’Italia Antiqua di Cluverio (capitolo 10 del V libro) Si trovano passi in cui compare il nome di una tribù locale, i Lapicini, la cui etimologia è stata correlata a Iapis; tuttavia nessun cenno diretto si dà dell’ardesia o di un’eventuale attività ad essa legata. Inoltre i più ottimisti ritengono di aver trovato nella necropoli di Chiavari la prova materiale della diffusione e dell’utilizzo di tale roccia in tempi ben più remoti di quanto assolutamente accertato attraverso gli atti notarili d’epoca medievale: tale sito archeologico, d’origine preromana (datazione fra l’VILI e il VI secolo a.C. per quanto riguarda le tombe, e addirittura all’età del Bronzo per le ceramiche rinvenute), venne alla luce in corso Millo tra il 1959 e il 1969. La necropoli in questione era costituita da un sistema di novantasette recinti collegati l’un l’altro e delimitati, appunto, da lastre di pietra, un certo numero delle quali in ardesia, ora conservate nel museo archeologico cittadino; ognuna delle centoventisei tombe ivi collocate era formata da sei lastre, di cui alcune con incastri-scanalature secondo il modello a cassetta caratteristico delle sepolture a incinerazione: in esse sono stati trovati monili ed oggetti metallici di provenienza tirrenica. Ad avvalorare l’ipotesi di una conoscenza ed estrazione dell’ardesia, seppur in ambito locale, fin da tempi tanto remoti, si potrebbe aggiungere un’ulteriore interpretazione etimologica, secondo cui da tegmen, e quindi dall’ardesia tegolare, come si pretende, avrebbero preso il nome sia la relativa regione geografica denominata Tigullio sia i Tiguli, popolazione che la abitava in epoca preromana: tuttavia, come accennato, la roccia impiegata nelle strutture della necropoli chiavarese non sempre è ardesia, ed anzi, si tratta per lo più di tipi di scisto meno fissili, lavorati a spacco e reperiti facilmente in zona grazie ad affioramenti litici. Ad ogni modo Lamboglia, che fu il coordinatore degli scavi della necropoli, ha sottolineato a qual punto giunga la tecnica evoluta con cui sono lavorate e collocate le ardesie, orgoglio e ricchezza della valle di Lavagna, affermando con sicurezza che l’estrazione e la lavorazione dell’ardesia in quella zona risalgono alla preistoria. Una simile conclusione, alla luce di successive ricerche tecnico-storiche, sembra però azzardata, anche se è noto che in Europa le cognizioni pratiche in campo minerario erano già considerevolmente avanzate fin dal 3-4000 a.C. e che l’utilizzo specifico di rocce, tra le quali certi scisti, era un fatto acquisito sia in Egitto durante il periodo arcaico (3100-2686 a.C.) sia all’interno delle culture megalitiche e preistoriche (ca. 3000 a.C.): in effetti le rocce fissili, purché facilmente reperibili, furono tra le prime ad essere utilizzate, poiché atte, più di altre, ad essere manipolate. In definitiva l’eventualità prospettata nel caso della lavagna, sebbene suggestiva, non trova il suffragio incondizionato di tutti gli studiosi in materia, soprattutto di quelli contemporanei, il cui parere propende per un’impostazione basata su un’analisi rigorosa, in quanto sorretta da inconfutabili dati e non da supposizioni, semplici indizi o elementi dubbi: di conseguenza occorre puntualizzare che è molto difficile abbia avuto luogo in tempi tanto antichi la coltivazione sistematica dei banchi di lavagna, come la si intende oggi, anche perché avrebbe dovuto essere obbligatoriamente effettuata in sotterraneo, e dunque in base a possibilità e cognizioni piuttosto avanzate (anche troppo, in relazione al contesto Socio-culturale), com’è in realtà accaduto per tutte le cave di lavagna dell’area storica. Pare invece decisamente plausibile, l’esistenza in epoca preromana, o persino protostorica di sfruttamenti di roccia meno facilmente lavorabile e sfaldabile della lavagna (o addirittura non sfaldabile) ma più alla portata delle possibilità materiali, dei mezzi tecnici e delle tangibili conoscenze stratigrafiche e litologiche del tempo e del luogo: si tratterebbe, almeno in prevalenza, di uno o alcuni banchi affioranti di una o diverse varietà di scisto più compatto dell’ardesia, presente in forma accessibile proprio nel Chiavarese, dove, d’alltra parte, non emerge la lavagna. Tutto questo trova, invero, conferma nella qualità della roccia impiegata alla realizzazione di tombe e recinti della necropoli, le cui lastre danno adito a pensare all’ardesia solo in piccola percentuale e pur sempre in maniera incerta, visto e considerato che si tratta di reperti archeologici senz’altro sottoposti col tempo ad alterazioni per le quali non in tutti i casi risulta possibile stabilirne le esatte caratteristiche fisio-chimiche d’origine. Dunque, senza nulla togliere al valore dei fatti in se stessi, per quanto riguarda notizie e prove sicure di un’attività più o meno organizzata nella realizzazione di lastre di lavagna, bisogna risalire al X secolo, periodo in cui tale roccia iniziò a diffondersi dapprima limitatamente all’ambito costiero locale, poi in luoghi sempre più lontani, tanto da divenire conosciuta sotto il nome della località d’origine. Risale, tra l’altro, al X-XI secolo anche l’uso dei termini clápa olei, clapa piscium e clapa pannorum, indicanti la lastre d’ardesia su cui venivano disposti per la vendita i corrispettivi alimenti, ed è del 1031 una testimonianza anonima circa l’esistenza di una località sulle alture di Lavagna, presso l’odierna Santa Giulia, con il nome “Clavaria”, ossia luogo d’estrazione e fabbricazione di lastre ardesiache. La prima testimonianza di sicura datazione consiste in un documento, conservato nell’Archivio di Stato di Savona, con cui il 23 dicembre 1176 i consoli di tale città e quelli di Recco notificavano, davanti al notaio Arnaldo Cumano, il rinnovo di un antico accordo secondo il quale i Recchesi avrebbero dovuto fornfire ai Savonesi una parte degli abbadini necessari alla copertura della loro chiesa di Santa Maria, in cambio di aiuto e protezione. Da allora in poi numerosi documenti suggeniscono piuttosto esplicitamente, o attestano indiscutibilmente, l’impiego diffuso di ardesia lavorata oppure l’esistenza di relative cave ubicate in siti disparati lungo la fascia d’emersione dei banchi ardesiaci del Tigullio, da Sestri Levante a Recco e soprattutto sui rilievi prospicienti la costa di Lavagna. Inoltre, dalle informazioni inserite negli atti suddetti, risulta chiaramente che proprio dal XII al XIV secolo si attuò un considerevole incremento produttivo, per cui si può dedurre che le origini dell’attività ardesiaca nella zona risalgono ad un periodo precedente la stesura dei documenti stessi, ossia almeno ad epoca alto medievale. Uno tra i principali motivi di queslespansione consistette nella ripresa, dopo il 1000, dei collegamenti interrotti tra il V e VII secolo a causa della graduale decadenza del sistema viario romano: infatti, dopo il X secolo i Liguri intrapresero nuovi traffici, questa volta via mare e in concorrenza con gli Arabi, sotto l’impulso della nascente società mercantile cui fu necessario riattivare le comunicazioni tra i porti rivieraschi e l’entroterra padano, nonché col resto d’Europa. Si sviluppò, così, un sistema di strade in cui non vennero ripristinate le tecniche di trasporto romane, ormai dimenticate, ma dove si adottó il mulo quale mezzo principale per le merci, riservando il cavallo all’uomo. La fitta rete di nuovi tracciati, perpendicolari alla costa, era costituita da mulattiere che, percorrendo i crinali e superando direttamente forti pendenze, avevano evitato costose opere d’ingegno, come ha sottolineato Mannoni; tali strade, note talvolta col nome di vie del sale, risalgono appunto al X secolo: ad esempio quella tra Genova e Piacenza. Tuttavia il manufatto ardesiaco non si avvantaggiò direttamente delle nuove vie di comunicazione: soprattutto fino al XIV-XV secolo la lavagna fu diffusa e richiesta in massima parte nelle località costiere e ben poco in quelle interne, essendo la zona estrattiva prospiciente al litorale, cosI che persino i trasporti a breve raggio delle lastre venivano effettuati quasi esclusivamente via mare, mentre per quanto riguarda l’entroterra, l’ardesia percorreva eventualmente le pochissime e brevi strade di fondovalle. |
|
|
Inquadramento geostorico
Prima di proseguire nell’analisi e nella ricostruzione della specifica realtà della lavagna è bene inquadrare sinteticamente il panorama geografico locale e la relativa situazione storica nei loro elementi d’interesse generale. Va innanzitutto puntualizzato che le zone di sfruttamento, in prospettiva cronologica, sono fondamentalmente e schematicamente due: da una parte l’immediato entroterra di Lavagna, ossia l’area cosiddetta del monte Sangiacomo, e dintorni, comprendente, tra le altre, le località di Cogorno e Santa Giulia; in Secondo luogo la Fontanabuona, o val Lavagna, dal passo della Scoffera fino, in pratica, alla piana del torrente Entella, che si interpone, alla foce, tra Chiavari e Lavagna: entro queslarea sono comprese, in particolare, le convalli sul versante a nord, con vane località tra cui Lorsica, Orero e, sulla destra orografica della valle, verso ponente, Tribogna. La prima zona è quella di maggior interesse storico, nella quale l’attività ardesiaca è nata e si è affermata, mantenendo pressoché inalterati i propri caratteri produttivi, organizzativi e tecnici fino all’estinzione completa delle relative imprese nei primi decenni del nostro secolo. Tra la metà e la fine dell’800 l’estrazione dell’ardesia cominciò a diffondersi nella Fontanabuona, dove tuttora sono situate le cave di lavagna attive e i relativi stabilimenti di trasformazione, in cui negli ultimi anni vengono trattati anche i blocchi ardesiaci provenienti dalla provincia di Imperia. Una terza area, interna peró alla Fontanabuona, può essere considerata quella inerente a Uscio e Tribogna, dove un’attività di portata poco più che locale si sviluppò ben prima che nel resto della valle, probabilmente intorno al XVI-XVII secolo, grazie al vantaggio dovuto alla presenza di affioramenti ardesiaci e banchi utili la cui giacitura è molto favorevole alla coltivazione col sistema a cielo aperto. A riguardo si deve aggiungere che, in base al primo documento sulla lavagna, precedentemente citato, non va esclusa la possibilità di un inizio in senso assoluto dell’attività ardesiaca proprio nell’entroterra di Recco, verso il 1000-1100 o ancor prima, nel qual caso l’industria del Sangiacomo sarebbe nata contemporaneamente o successivamente a quella anzidetta; tuttavia, sulla scorta delle differenti informazioni in merito, ciò appare poco plausibile o, quanto meno, puramente ipotetico. Tutto il territorio dell’antica industria ardesiaca ligure, ovvero Lavagna e i rilievi antistanti, fu sottoposto per alcuni secoli al dominio dei Fieschi, che estendevano i loro possedimenti a nord dello spartiacque appenninico: la prima notizia su tale famiglia risale all’anno 1010, mentre è del 1158 la riconferma del titolo di Conti di Lavagna da parte di Federico Barbarossa. Al nobile casato appartennero, tra gli altri, Sinibaldo, eletto papa nel 1243 col nome di Innocenzo IV, il quale diede inizio alla costruzione della Basilica di S. Salvatore di Cogorno, ed il nipote Ottobuono, anch’egli pontefice nel 1276, per soli trentanove giorni (11 luglio/ 18 agosto) sotto il nome di Adriano V, che portò a compimento i lavori della stessa Basilica; di lui si è ricordato Dante, al quale lo spirito dello stesso papa Adriano, interrogato su chi fosse, risponde dicendo: “lntra Siestri e Chiaveri s’adima / una fiumana bella, e del suo nome / lo titol del mio sangue fa sua cima”. (Purgatorio, XIX, v. 100-102). La fiumana bella è il torrente Lavagna, che nel suo tratto terminale, dopo la confluenza dello Sturla e del Graveglia, prende il nome, testè citato, di Entella. Nel 1528 il Lavagnese fu annesso alla Repubblica di Genova, la quale, con i vari feudi vicini, tra cui quelli dei Doria e degli Spinola, aveva concordato statuti a tutela dei privilegi delle popolazioni locali, e contemporaneamente aveva affermato il monopolio sul sale e l’imposizione di tributi, detti “caratti”, sui cornmerci con l’estero per via mare. Dopo il 1797, caduta la Repubblica aristocratica, anche l’area in questione, come il resto della Liguria, partecipò a vane vicissitudini: dapprima, con la conquista napoleonica e l’annessione alla Francia (1805-1814), Lavagna venne inclusa nel Dipartirnento degli Appennini (con capoluogo Chiavari); poi passó sotto i Savoia, le cui giurisdizioni subirono graduali riduzioni fino alla quasi totale unificazione della penisola nel 1861. |
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
| Sito realizzato da: Internet Dream TIgullio - Tutti i diritti sono riservati. |
|
Queste
pagine sono ottimizzate per una visione su Pocket PC. Clicca qua per raggiungere la home page generale del portale! www.fontanabuona.com
|