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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
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I resoconti sull’ardesia ligure in passato
Dal XV-XVI secolo in poi le notizie sulla lavagna si fecero sempre più frequenti e dettagliate; in epoca precedente, come si è ricordato a proposito di problemi etimologici, lo stesso Dante aveva lasciato un piccolo indizio sull’uso della parola dialettale ciappa, da lui italianizzata in chiappa: egli l’aveva udita quasi sicuramente quando si recò in Liguria, viaggio che ricorda allorché raffigura nella Divina Commedia il proprio incontro con il sunnominato conte Ottobuono Fieschi. Nel 1537 l’annalista Agostino Giustiniani fu il primo a trattare dell’argomento in maniera specifica, anche se non molto particolareggiata; la sua descrizione può essere considerata, in ogni modo, un classico: Et è in questo territorio una lapidicina o sia vena di pietra rara, e qual si trova in pochi altri paesi et la pietra che sia veduta dall’aria, e dal sole è di sua natura molto tenera, e facile a tagliare quasi come un melone, et una rapa, et al modo che si chiappano in Parigi co’ conii le legna di quercia nata all’ombra, e se ne fanno tra le altre cose lastre di 3 palmi in quadro (il palmo genovese, diviso in 12 once, corrisponde a cm 24,808 - n.d.r.) sottili quanto è una costa di coltello, nominate da Genuesi Abaini, delle quali coprono le case loro, et è questa copertura bellissima al vedere, ma ancora molto utile perché dura lungo tempo, se ne fanno ancora di queste pietre lastre per far scilicati di case, colonnette, friggi, architravi e cornici et ornamenti di porte e molti alrti edifici, e la pietra come ho detto molto habile a lavorare et paziente al scalpello eziandio dopo che l’aria e il sole l’anno tocca.... Un’altra importante descrizione è stata lasciata nel 1568 da Giorgio Vasari: Ecci un’altra sorte di pietra che tendono al nero, e non servono agli architetti se non a lastricare i tetti. Queste sono lastre sottili a suolo a suolo dal tempo e dalla natura pe’ servizio degli uomini, che ne fanno ancora pile, murandole talmente insieme, che ellé commettino l’una nell’altra, e le empiono d’olio secondo la capacità de’ corpi di quelle e sicuarmente ye lo conservano. Nascono queste nella riviera di Genova in un luogo detto Lavagna e ne cavano pezzi lunghi dieci braccia; e i pittori se ne servono a lavorarsi su le pitture a olio, perché elle vi si conservano su molto lungamente che nelle altre cose. ... Qualche indicazione ambientale e tecnica viene data da Antonio Magini nd 1610: “...è meraviglioso il modo con che si cava, il quale è che si cava sotterra anzi sotto possessioni vignate e cultivate ove nasce gran quantità di vini e olii eccellenti...”; poi l’autore spiega che, una volta staccato un blocco d’ardesia con un colpo solo di mazzuolo dato su uno scalpello larghetto, i cavatori pigliavano la pietra per il suo verso e Ia dividevano fino a farla assomigliare a un fascino di cartoni attaccati insieme o a un mazzo di carte da giuocare, adoperandola poi per finestre, porte, trogoli, scale e tetti durabili 300 o 400 anni senza guastarsi, cose tutte incredibili a chi non le vede. Fino all’800 non si aggiungono altre testimonianze di rilievo, eccetto i brevi accenni da parte di Domenico Peri e Filippo Casoni, risalenti alla fine del XVII secolo, che in realtà non apportano nulla di nuovo alle conoscenze lasciate dai loro predecessori. Tuttavia non si devono trascurare i cenni che il cartografo Matteo Vinzoni ha lasciato nel suo Atlante del 1773, in cui si legge che la città di Lavagna tiene buon numero di Bastimenti, onde i suoi abitanti dediti al traffico, et al lavoro, e negozio della Pietra negra, che si cava in quelle colline, che serve per coprire Ie case, con cosi detti Abaini, e molti altri lavori a più usi, si sono, e si rendono benestanti; ma ciò non era altrettanto vero per i cavatori e le loro famiglie, come si vedrà. Il primo ad essersi soffermato attentamente sul mondo della lavagna fu il Moyon, il cui intervento risale al 1805; ad ogni modo, per avere informazioni storiche più dettagliate e di maggior interesse, in particolare sul piano tecnico, occorre rifarsi agli specifici testi del Mongiardini e soprattutto di Nicolò Della Torre, pubblicati rispettivamente nel 1809 e nel 1838: è in buona misura attraverso queste due monografie, messe a confronto con l’analisi effettuata sul terreno e con le testimonianze dirette, che si è cercato di ricostruire Ia realtà socio-economica e organizzativa dell’ambiente della lavagna, nonché i relativi, e già analizzati, processi di lavorazione in epoca storica. |
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Cognizioni scientifiche sull’ardesia nell’Ottocento
La proprietà dello sfaldamento è stata probabilmente la prima cognizione sull’ardesia ad essere appresa, dal momento che ne ha determinato l’utilizzo; di essa, dunque, si era a conoscenza per motivi pratici fin dagli albori dell’attività estrattiva, ma fino al ‘900 non se ne conobbe la causa, sebbene nel 1879 il Ravenna avesse genericamente e impropriamente parlato di umidità tra Ie fessure della roccia. Nel 1800, infatti, le conoscenze geolitologiche in proposito erano piuttosto incerte, benché il Mongiardini, appoggiato dal Saussure ed altri studiosi, si fosse reso conto che la Iavagna dovesse essere stata originata da sedimenti argillosi sospesi nelI’acqua, e che perciò non fosse di origine vulcanica come avevano ipotizzato alcuni, tra cui, nel 1757, La Condamine. Consistenti dubbi sussistevano, di conseguenza, sull’attribuzione cronologica dei relativi processi genetici dell’ardesia, la quale, secondo il Baldracco, autore nel 1847 di un saggio sulla corruzione dell’aria nelle cave lavagnesi, doveva essere una roccia appartenente agli ultimi periodi della formazione secondaria, il cui terreno era stato sollevato dalle masse ofiolitiche di quei contorni; interpretazione che più delle altre si avvicina alle recenti cognizioni. In realtà, già nel 1830 il geologo inglese LyelI aveva capito per primo la fenomenologia relativa alle ardesie; tuttavia la sua teoria non si affermó immediatamente, e tanto meno all’estero, finché i successivi studi, effettuati con mezzi d’indagine più avanzati, permisero di avvalorarla. La lavagna era considerata la penfetta “pietra scistosa”, ossia la varietà d’ardesia di miglior fissilità, Soprattutto se nei tipi di colore chiaro, che si reputavano “di pasta più dolce”. In proposito, fino ai primi decenni dell’800 era invalsa l’idea che tale roccia fosse piuttosto tenera, opinione che si voleva suffragata da citazioni storico-letterarie più o meno ipotetiche e liberamente interpretate:come quella secondo cui il termine mollitia, usato, tra gli altri, da Plinio nella Naturalis Historia (libro 36) in riifenimento a rocce di varie regioni italiane, avrebbe dovuto caratterizzare I’ardesia ligure, che peraltro non viene mai esplicitamente nominata, né da lui né da altri autori classici. Il retaggio di simili aleatorie attribuzioni aveva indotto anche gli studiosi, e in particolare quelli del XVII e XVIII secolo, a mantenere vivo tale erroneo concetto, per il quale, in massima parte, anche Antonio Magini e Ippolito Landinelli nel 1610 giudicarono la lavagna “...tenerissima mentre sta sotto la terra in guisa che se ne fanno tutti i lavori che la persona vuole, facilissima a tagliarla, al sole poi et all’aria si indurisce et è di lunga durata...”. Tutto ciò dimostra quanto contribuisse a sostenere una siffatta concezione la facile possibilità di sfaldamento dell’ardesia stessa, al punto da far dimenticare lo sforzo e il lavoro, enormemente superiori necessari per poterla tagliare perpendicolarmente ai piani di fissilità. Nell’800, però, venne riconosciuta la reale consistenza dell’ardesia, anche perché si cominciava a capirne la struttura fisica e la composizione chimica, benché in effetti non si comprendesse con precisione “il modo d’orditura delle molecole ardesiache”, come Della Torre chiamava la tessitura scistosa. Diversi fra loro furono in passato i risultati di varie analisi su campioni di lavagna: in una certa misura ciò fu certamente dovuto alle variabili percentuali relative dei componenti. Da notare che il Della Torre si accorse della stretta analogia tra la composizione della lavagna e quella di un’argilla inglese, per quanto egli non sapesse che le ardesie derivano proprio da marme sottoposte ad un allora ignoto processo metamorfico. Il Moyon diede per l’epoca una buona definizione scientifica sulla ‘pietra di Lavagna’: “è un’ardesia, o scisto argilloso d’un griggio cenerino, poco lucido, di tessitura fina, lamellare, morbida al tatto, che si lascia separare con facilità in strati, o lastre sottili, piane, di mediocre durezza, facile a spezzarsi ed infusibile a fuoco; è d’essa composta d’allumine, di silice, di magnesia e di ferro. Evidentemente ciò che meglio si conosceva della lavagna sono le sue caratteristiche di più immediato riscontro, tali da avere un’implicazione pratica: l’ardesia di ottima qualità doveva essere opaca, facilmente suddivisibile in grandi lastre sottili, sonore e compatte, ed inoltre non doveva assorbire acqua sensibilmente. Ben conosciuti erano pure i difetti, di cui si è parlato: tra essi molto diffusi i noduli, simili a quelli del legno, le venature e i temuti peli, che, essendo quasi invisibili, pregiudicavano l’integrità del pezzo, spesso soltanto dopo la sua messa in opera. |
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L’ambiente storico e sociale della lavagna
Parlando della zona delle antiche cave di lavagna ci si riferisce solitamente al monte Sangiacomo; va però ricordato che la vetta più alta del gruppo collinaremontuoso cui esso appartiene e dà il nome è quella del monte Capenardo (m 693), diretta prosecuzione verso levante del primo. Su tale area la vegetazione era costituita in passato, e in parte lo è tuttora, da viti e ulivi nella fascia inferiore d’altitudine, cui seguivano i castagni fino alla parte alta dei rilievi, sulla quale erano presenti anche erbe, licheni, cespugli di vario genere, ontani e pini; soltanto le cime, oltre i 600 metri sul ilvello del mare, erano praticamente spoglie. Le cave venivano aperte in preferenza a mezzomonte, dove, secondo esperienza, si considerava fossero localizzati i filoni d’ardesia di miglior qualità; durante l’800, però, si dovette intraprendere lo sfruttamento anche della lavagna situata in quota, dal momento che era divenuto sempre più difficile localizzare porzioni intatte di banco utile nella fascia mediana dei rilievi, dove molte cave di vecchia data cominciavano ad esaurirsi o erano da tempo abbandonate. Secondo una stima dell’epoca risulterebbe, tra l’altro, che nei primi tre o quattro decenni del secolo scorso la quantità di materiale prodotto fosse stata superiore a quella ottenuta complessivamente nei secoli precedenti. Il centro principale dell’attività ardesiaca era Cogorno, località in cui vivevano nel 1834, e mediamente in tutto il secolo scorso, circa 1.800 abitanti, di cui un terzo addetti alla produzione o al trasporto delle lavagne; nell’intera area del Sangiacomo, che comprendeva anche le parrocchie di Breccanecca, Chiappa e Santa Giulia, vivevano oltre 4.000 abitanti, 800 dei quali impiegati nell’industria dell’ardesia. L’analisi dei dati demografici, peraltro sommari e insufficienti, relativi alla zona interessata, mostra quanto fosse alta la percentuale di vedove, dovuta almeno in parte all’elevato tasso di mortalità dei cavatori, che si ammalavano soprattutto di silicosi o silico-tubercolosi e morivano spesso in giovane eta. La seconda metà dell’800 costituì un periodo di forte emigrazione, principalmente verso le Americhe: per esempio, nel 1871 un terzo dei 1.800 individui residenti ufficialmente a Santa Giulia non vi abitava effettivamente. Il disagio economico delle famiglie contadine della zona non era risolto dai lavoratori dell’ardesia; tra l’altro, benché nel Lavagnese i terreni fossero concimati piuttosto intensamente, non si poteva fare uso dell’aratro, come in quasi tutta la Liguria, a causa della strettezza delle fasce ed in ragione del metodo di coltivazione mista, secondo cui si praticavano fino a quattro colture sui medesimi appezzamenti, cosicché i pali di sostegno alla vite venivano disposti irregolarmente: la zappa restava, di conseguenza, l’attrezzo agricolo principale. Fra proprietari e coloni era diffusa la mezzadria e non vi erano grandi affittuari; il padrone generalmente riceveva metà o due terzi di olio e vino, amministrava la casa, pagava le tasse ed effettuava investimenti per migliorare il fondo. A rendere l’idea del “volume d’affari” nell’attività estrattiva della lavagna durante il XIX secolo, sono i dati relativi al numero di addetti e di cave: ad esempio, nel 1807 vi erano circa 50 cave attiye e 200 abbandonate, mentre circa trent’anni più tardi l’attività si svolgeva in ben 160 cave, mentre nel 1879 in sole 60; mediamente si occupavano dell’estrazione 400 operai, e del trasporto altrettante donne. Con l’irreversibile declino del Sangiacomo, contemporaneo all’incremento della Fontanabuona, si assisté ad una flessione produttiva per la quale si passò dalle 36.450 tonnellate del 1890 alle 27.465 tonnellate del 1903, fino ad uno dei minimi storici, al termine della prima guerra mondiale, ossia circa 2.500 tonnellate. E opportuno, ora, approfondire alcuni aspetti sociali e organizzativi relativi al contesto storico della lavagna, anche se sarebbe più giusto parlare di contésti, in quanto non esiste un solo passato ma innumerevoli passati. In particolare si ritiene corretto affermare che fino ad alcuni decenni orsono esisteva una scissione tra il mondo dell’immediato entroterra lavagnese ed il mondo della Costa e delle cittadine rivierasche; situazione, del resto, riconoscibile in parte ancora oggi. Infatti, i paesi legati in passato all’attività della lavagna, pur essendo dislocati, ad esempio, di fronte alla piana del torrente Entella, come Costa, o in faccia al mare, come Santa Giulia, che domina la fascia litoranea tra Lavagna e Cavi, non avevano modo di stabilire profondi rapporti con la riviera. Nel XVIII-XIX secolo Lavagna, nonostante fosse da tempo tramontata la potenza della contea Fieschi, era ancora un centro commerciale di notevole importanza, sia per la vicinanza con Chiavari sia perché smerciava i manufatti di ardesia, ovvero un prodotto altamente specializzato. L’assenza di strade carrozzabili verso l’interno costituiva, almeno in apparenza, la prima causa del parziale distacco dei centri di pendio dal mondo costiero, anche se non era Ia distanza spaziale a stabilire questa sorta di isolamento, dal momento che pochi chilometri separano i due ambiti: la mancanza di strade, oltre ad essere un ostacolo per i trasporti, contribuì, comunque, a mantenere, e ad accentuare, il divario socio-culturale ed economico tra il locale ambiente contadino e quello commerciale di Lavagna, dove il mercato dell’ardesia veniva organizzato e controllato. D’altronde è anche vero che ci si trova dinnanzi a un caso non comune di contatto e di scambio economico tra entroterra e litorale; ma, per quanto ciò sia significativo in una certa ottica, è bene notare che l’ardesia non ha mai costituito una fonte di benessere o di rilevante miglioramento nelle condizioni di vita dei cavatori e delle relative famiglie, semmai essendo per loro causa di malattie e, sovente, di disagi. Talvolta, però, essa costituì un’effettiva sicurezza dal punto di vista della continuità degli introiti, nell’ingeneroso mondo rurale della zona, e spesso fu l’unica possibile fonte di reddito in denaro, in alternativa ai prodotti agricoli, che implicavano, di solito, un consumo interno all’area interessata, nella quale vigeva un’impostazione organizzativa basata su un’economia di sussistenza. Una parte consistente del ricavato ottenuto dalla vendita della produzione ardesiaca finiva in mano ai commercianti, che, in numero di quattro o cinque al termine del ‘700 e in una trentina nel 1830, regolavano il lavoro e le retribuzioni degli operai e delle portatrici. Essi non si preoccupavano di tutelare gli interessi della manovalanza, nemmeno nei periodi di forte crisi, durante i quali la domanda si abbassava per motivi di sfavorevole contingenza economica: ciò accadde allorché la comparsa di nuovi materiali cominciò a far soppiantare la lavagna nelle coperture; o, ancora, ad esempio, quando con lo sviluppo delle nuove imprese dell’ardesia in Fontanabuona, sul finire dell’800, furono scalzate gradualmente quelle tradizionali, insieme alle quali, però, anche gli stessi commercianti monopolizzatori. Poiché non esisteva una sostanziale interdipendenza fra le realtà dell’entroterra e della costa, i “mercanti di ciappe” non ebbero mai molti problemi nell’adattarsi a nuove esigenze e a diversi sistemi produttivi, che, talvolta, contrariamente al previsto, conferirono loro ottimi guadagni: nei momenti di grande squilibrio tra domanda e offerta, a sfavore dei produttori, i commercianti si limitavano a non acquistare i chiappami o a pagarli un minor prezzo o, addirittura, a trasformare del tutto l’oggetto dei loro commerci; il che accadde in parte con l’avvento delle tegole di cotto a basso prezzo, realizzate coi forni continui di cottura diffusisi dopo il 1865. Prescindendo da valutazioni quantitati, si può senz’altro pensare che uno dei maggiori incentivi, per un contadino del Sangiacomo, ad intraprendere l’attività estrattiva e dedicarsi alla fabbricazione delle lastre di ardesia sia stata la condizione in cui era costretto a vivere. Forse puó sembrare che tale affermazione voglia presentare una visione parziale, e quindi distorta, della specifica situazione socio-storica, mentre in effetti si riconoscono in modo piuttosto immediato, nei paesi e sui terreni dell’area delle antiche cave di lavagna, i segni e le tracce di una dura condizione di vita: è sufficiente guardare, specialmente nei dettagli, le vecchie case, i viottoli, le fasce, gli orti, per capire che assolutamente nulla veniva sprecato ed ogni cosa poteva costituire un bene utilizzabile. E noto che la Liguria è sempre stata una terra difficile e faticosa da coltivare, e che i contadini hanno dovuto rimodellarne i pendii dando loro l’aspetto di gradinate, poiché i terreni pianeggianti e fertili erano e sono insufficienti. Ancora oggi non è facile vivere con gli scarsi introiti dell’agricoltura collinare-montuosa e tuttora sono molti gli ostacoli da affrontare: risorse idriche spesso limitate, cambiamenti inaspettati del clima, periodi di gelo prolungato, che possono causare la morte di piante a lunga crescita, quali l’ulivo; insufficiente fecondità del terreno, in genere molto sassoso o roccioso; siccità, eccetera. Nell’ambiente contadino lavagnese deve quindi ayere influito in misura notevole il fatto che l’ardesia sia, per così dire, un frutto spontaneo della natura, di cui usufruire in qualunque momento, una volta impostato lo sfruttamento di una cava; sicuramente, però, a parte l’utilità dell’impiego diretto, il valore economico-commerciale di questa roccia acquisì una certa consistenza solamente quando si cominciò a conoscerla al di fuori del suo ambito locale. Anche Ia lavagna, comunque, non sarebbe divenuta fattore di sicuro reddito, poiché, escluse pure le oscillazioni di mercato, intraprendere il mestiere di cavatore, abbandonando quello agricolo, comportava rischi e svantaggi non sempre secondari, tra i quali, innanzitutto, l‘incertezza iniziale di trovare un filone proficuo, ed in secondo luogo il trascurare o lasciare, appunto, le coltivazioni, dovendo, inoltre, distruggere in parte il fondo col procedere a eventuali tentativi di scavo e poi con l’apertura di una vera e propria Cava, la cui conduzione provocava pur sempre un certo danneggiamento dei terreni dovuto ai detriti dell’escavazione, che, almeno dalle cave a terra, dovevano essere evacuati in notevole quantità e riversati lungo i pendii. La vita del cavatore si svolgeva continuamente in mezzo alla polvere, all’umidità e al buio, fattori che contribuivano a rendere il lavoro, di per sé faticoso e insalubre, ancor più duro, con grave danno per i diretti interessati, le loro famiglie e, conseguentemente, per tutta la comunità: è immaginabile quanto dovesse essere pesante la condizione di vita dei lavoratori delle cave, se nel 1811 Gaetano Cantoni affermava che i proprietari terrieri della zona lasciavano marcire in anguste stamberghe uomini, donne, fanciulli e animali senza le dovute riparazioni, senza luce, senza commodi né per essi né per le derrate; mentre nel 1837 Casalis aggiungeva che la popolazione era “di gran lunga superiore ai mezzi di sussistenza che presenta il territorio della provincia”.Tuttavia bisogna riconoscere che il tenore di vita nell’area delle antiche cave del Sangiacomo era mediamente più elevato di quello delle zone esclusivamente agricole, anche prossime alla costa; per esempio Leivi, comune chiavarese dalle strette analogie con Cogorno, era assai più povero di quest’ultimo. In definitiva l’ardesia permise il sostentamento a un numero di individui maggiore di quanto sarebbe stato possibile con la sola agricoltura, ma, in compenso, a detrimento dei più diretti interessati, ovvero i lavoratori delle cave. Il discorso appena concluso può aver chiarito, almeno in una certa misura, la situazione sociale nella zona storica delle cave di lavagna durante l’Ottocento e, parzialmente, nei secoli precedenti. L’immagine suggestiva dei tetti d’ardesia rilucenti sotto la pioggia contrasta fortemente con la realtà del duro lavoro delle portatrici e soprattutto dei cavatori del passato: un passato, in fondo, anche recente; tate immagine, così caratteristica, non riscatta e non si addice alla loro sofferenza anonima e nascosta, le cui vestigia sono ancora presenti nei lunghi segni di piccone rimasti nella sotterranea oscurità delle cave ad evocare, per chi vi si addentri, un mondo perduto e quasi del tutto dimenticato. D’altra parte, anche le testimonianze letterarie più interessanti, che purtroppo non sono giunte dalla voce dei protagonisti, parlano spesso di aspetti esteriori, come quando nel 1614 Magini e Landinelli descrissero Genova “ripiena da molti sontuosi e ricchi palazzi e case”, le quali sono coperte di chiappe o l’altre di pietra leggiera di color marino molto grandi. Tutto ciò col rischio di un eccessivo sentimentalismo e di un’insincera commiserazione; eppure, oggi, pochi ricordi rimangono fra i discendenti dei vecchi lavoratori dell’ardesia operanti sul Sangiacomo: nella maggior parte dei casi si è preferito dimenticare le innumerevoti morti dovute alla fatica, all’indigenza e alla malattia, rimuovendo, però, con esse, il loro significato doloroso e molti valori legati all’antica cultura della lavagna. |
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