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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
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Modalità e norme organizzative nelle imprese arcaiche della lavagna
Un tempo il sistema organizzativo-imprenditoriale più diffuso era quello di un’associazione tra contadini a rischio e guadagno comune, dal momento che i lavori e le spese di apertura di una cava, senza la certezza di un risultato favorevole, erano troppo onerosi per il singolo; in casi sporadici, però, qualcuno intraprendeva per proprio conto l’attività, anche con l’aiuto di operai retribuiti, la cui paga giornaliera era di una o due lire genovesi a testa, agli inizi dell’800. In ogni cava lavoravano da due a dodici uomini e solamente di rado vi erano gruppi doppi; inoltre, mentre nell’800 nessun ragazzo veniva reclutato per l’attività in sotterraneo, da fine secolo in poi era divenuto abituale assumerne a tale scopo, cominciando dai quindici anni d’età. Ai proprietari del terreno in cui veniva aperta una cava, era devoluta, sotto forma di lastre oppure in denaro, una spettanza proporzionale al valore di vendita del materiale: essa veniva chiamata diritto di scoglio e di solito ammontava al 10% di tale valore; interessante è notare come tale consuetudine sussista concettualmente ancora oggi, sebbene attraverso percentuali maggiori e modalità differenti. Oltre a tale tariffa, che sanciva il permesso di sfruttare il sottosuolo di un terreno, lasciando l’usufrutto di quest’ultimo al proprietario, poteva essere aggiunto un eventuale pagamento cui andavano soggetti i numerosi poderi sottoposti a livello enfiteutico, nel qual caso ogni cavatore doveva corrispondere al proprietario una tenue somma mensile, ammontante a circa due lire genovine. Talvolta operai di cave diverse s’incontravano durante i lavori, nel senso che finivano per congiungere involontariamente i rispettivi scavi dopo aver proceduto aIl’interno dello stesso banco, avendone eseguito una coltivazione di lunga durata in direzioni convergenti; in situazioni simili, la soluzione alle eventuali controversie sui diritti di sfruttamento e sui potenziali indennizzi veniva concordata direttamente fra le parti in causa oppure con l’aiuto di esperti che regolavano le questioni secondo norme non scritte, invalse per tradizione. Nel caso in cui una cava si fosse spinta all’interno, o meglio, al di sotto di nuoye proprietà, la somma da pagare veniva divisa tra i proprietari dei terreni interessati, in modo tale che la percentuale sul materiale fosse devoluta a chi avesse il sottosuolo sfruttato in un dato momento, fermo restando che al primo proprietario si continuava a versare una certa somma, valutata in relazione ai danni creati dallo scavo d’apertura, ai residui lasciati sul fondo e al passaggio effettuato dai cavatori e dagli addetti al trasporto del materiale; infine poteva aggiungersi una piccola tariffa per il diritto a realizzare un canale di scolo dell’acqua. L’eventualità di cave sottoposte a più di una proprietà erano molto frequenti a causa della fitta polverizzazione fondiaria; le particelle catastali subivano, infatti, continue suddivisioni ad ogni successivo passaggio ereditario. Per determinare, appunto, l’entrata in una nuova proprietà venivano chiamati periti ad eseguire la cosiddetta “piombura”, operazione che, a grandi linee, permetteva di tradurre sulla superficie il tragitto interno dell’escavazione, utilizzando una corda con cui si effettuava la misurazione da riportare poi all’esterno. Tale espediente, in realtà, non garantiva risultati del tutto attendibili, soprattutto se il suolo era in forte pendenza ed in particolare per quanto riguarda le cave tortuose e con sviluppo anche in profondità; ma, in tutti i casi, grazie ad esso il nuovo eventuale proprietario acquisiva il diritto di subentrare per proprio conto nella colivazione della porzione di banco a lui risultata appartenente. |
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Retribuzioni e produzione nell’attività del Sangiacomo
Per quanto concerne la fornitura di abbadini ed altri pezzi dalle dimensioni convenzionali, i cavatori venivano pagati in sette rate annuali con cadenza a date fisse di antica consuetudine (come la Pasqua, Tutti i Santi e Natale), mentre per lastre di misure variabili, realizzate su ordinazione, il pagamento era effettuato alla consegna, in quanto esse non erano omologabili nei prezzi. Per i loro conti i cavatori si servivano di “chiappette”, piccole tavolette di lavagna su cui, incidendo, venivano segnati quantità e tipo dei manufatti ardesiaci forniti ai magazzini: ogni sabato le portatrici presentavano ai commercianti di Lavagna queste tavolette, affinché essi trascrivessero i dati degli importi spettanti ai cavatori fornitori; nel frattempo percepivano il proprio compenso settimanale per il trasporto del materiale, il tutto sulla buona fede, com’era d’uso, quasi si trattasse di cambiali. Nell’800 l’ammontare delle sette rate annuali dovute ad ogni cavatore era mediamente di 625 lire, ossia 2 lire circa per ogni giornata lavorativa: questa somma si triplicò durante il periodo compreso tra il 1797 e il 1805, grazie alla forte richiesta di ogni tipo di materiale per Ia ricostruzione postbellica. Nel 1830 fu sanzionato un accordo notarile tra i cavatori affinché non si vendessero abbadini a prezzo minore di 15 lire ogni 100, cosa che provocò una certa reazione da parte dei commercianti. Intorno al 1837 venivano prodotte 8.000 tonnellate all’anno di manufatti ardesiaci, da cui si può dedurre in modo approssimativo che ciascun cavatore era in grado di estrarre mediamente, ogni anno, materiale sufficiente alla realizzazione di 20 tonnellate di lastre di vario genere, ossia un equivalente di oltre 66,5 chilogrammi al giorno; tale misura va almeno triplicata o quadruplicata, se si vuole avere un’idea pur generica della quantità di roccia staccata dal banco, ed in tal modo del volume di scavo compiuto effettivamente nelle cave, dal momento che la maggior parte della stessa roccia estratta non veniva utilizzata. Idealmente un cavatore di lavagna dell’area storica realizzava, dunque, una media giornaliera di dieci-dodici abbadini: vale a dire che la produzione globale dell’industria ligure dell’ardesia nell’800 equivaleva mediamente a oltre un milione di abbadini all’anno; cifra non inverosirnile, se all’epoca la sola Genova ne importava 600.000 annualmente. Il trasporto delle lastre dalle cave alla cittadina di Lavagna veniva a costare intorno alle 100 lire annuali per ogni portatrice: infatti il loro compenso per una giornata lavorativa ammontava a circa 30-35 centesimi a testa, che, secondo Della Torre, dovevano sembrare “pochi a un facchino di Genova per un viaggio di un quarto d’ora”; in altri termini la remunerazione era di 50 soldi (2 lire e 50 centesimi) per ogni 100 abbadini trasportati. L’ardesia, una volta lavorata e trasportata a Genova con le imbarcazioni, subiva un incremento di prezzo di circa il 70% rispetto al costo dovuto all’introito di cavatori e portatrici: tale maggiorazione era dovuta alle retribuzioni per il trasporto dai magazzini alle barche e per il noleggio di queste, nonché per il lavoro eventuale degli scalpellini e soprattutto per le tariffe relative alla mediazione dei commercianti. |
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Gli addetti al trasporto delle lastre
La figura della portatrice di, lastre di lavagna è caratteristica; d’altra parte il ruolo della donna è stato emblematico e sempre di primaria importanza, in passato, all’interno dell’organizzazione socio-economica dell’industria ardesiaca ligure: l’assenza di strade carrozzabili nell’area storica, addirittura fino alla metà del secolo corrente, aveva obbligato le donne ad assumersi direttamente un compito tanto oneroso, difficoltoso e, tutto sommato, di responsabilità. Ogni cava, che aveva un nome specifico, come la multiforme “Brescina”, ultima attiva sul Sangiacomo (dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni ‘70), nella quale si sono avvicendate praticamente tutte le tecniche e i sistemi di sfruttamento, o come la grande e ormai quasi leggendaria Chiappaione, più volte nominata da Nicolò Della Torre, si collegava con uno dei tre sentieri principali. Il primo, detto “strada della Costa”, scendeva a Lavagna da nord e raccoglieva tutte le mulattiere di Cogorno, tant’è vero che era il più frequentato; il secondo, detto “di Rezza”, cominciava dalle cave di Breccanecca e Chiappa (oggi Monticelli), per sboccare a Lavagna verso ponente, unendosi a quello minore di San Rocco; la “strada di Santa Giulia”, infine, riuniva numerosi sentieri provenienti da decine di cave della zona e scendeva verso levante congiungendosi al secondario sentiero di San Bernardo, presso cui erano situate le cave più vicine al mare. In estate, se la cava servita da determinate portatrici era abbastanza prossima alla costa, esse compivano fino a quattro viaggi giornalieri d’andata e ritorno, mentre qualunque fosse la distanza da percorrere i viaggi effettuati erano almeno due o tre; d’inverno, invece, ogni portatrice eseguiva non più di un trasporto di lastre al giorno. Queste donne, che all’incirca erano sempre in numero equivalente a quello dei cavatori, usavano tenere in equilibrio sulla testa, interponendo un grande fazzoletto ripiegato ad anello, una o più lastre, a sconda della grandezza di queste; così camminando in fila indiana lungo i sentieri e le mulattiere, giungevano a Lavagna, dove il materiale veniva depositato presso appositi magazzini. Il carico che esse reggevano sulla colonna vertebrale era, secondo Bertolotti, “non minore di 7-8 rubbi”, ovvero intorno ai 60 kg. Nel caso le lastre avessero peso e dimensione eccessivi per il trasporto singolo, le portatrici si mettevano in gruppo fino a sei, in fila per due, tenendosi per braccio e camminando a passi sincronizzati. In ogni caso non potevano abbassare lo sguardo ai piedi poiché dovevano mantenere dritta la testa, e per questo usavano spesso camminare scalze, onde avere maggiore aderenza e sensibilità sul fondo eventualmente accidentato e sdrucciolevole; talora, inoltre, indossavano una breve gonnella, adatta a muoversi senza intralcio lungo i percorsi. Per ottenere maggiori guadagni, molte di queste donne si caricavano ai limiti delle possibilità, sobbarcandosi fino a 20 lastre per volta, vale a dire un peso persino superiore ai 70 kg; in questo modo riuscivano a percepire anche una lira genovina in due viaggi. Nonostante la vita faticosa che esse conducevano, pare che la loro salute fosse quasi sempre buona, a parte frequenti disturbi alla colonna vertebrale; d’altra parte, per potersi riposare di tanto in tanto durante i tragitti di andata, esse usufruivano delle cosiddette pose, muretti a secco appositamente realizzati per poter poggiare momentaneamente il carico, i quali erano disposti a intervalli regolari lungo i sentieri e costruiti in modo tale da permetterne l’utilizzo a individui di ogni statura, in quanto il loro piano d’appoggio seguiva l’orizzonte, cosI da trovarsi ad altezza crescente proseguendo in discesa lungo il sentiero. Allorché si trattava di trasportare più lastre contemporaneamente, la preoccupazione di conservare integro il carico, che in caso di caduta avrebbe sicuramente subIto danni, obbligava a mantenere appaiate le ardesie secondo l’originario ordine di laminizzazione, in modo da farle combaciare perfettamente come quando componevano un pezzo unico, dal momento che sulle superfici delle lastre stesse vi sono sempre irregolarità le quali, seppur minime, possono favorire una loro rottura in caso di abbinamento casuale; in tal modo, inoltre, le “ciappe” a spacco naturale, messe in pila, difficilmente scivolavano l’una sull’altra, ed anzi, per farle aderire maggiormente tra loro potevano essere preventivamente bagnate. Tuttora è d’uso lasciare le lastre nella loro disposizione di sfaldatura: questo accorgimento permette un trasporto agevole e garantito, in special modo per gli abbadini, che non vengono sottoposti a levigatura. Le lastre molto ampie e pesanti, come quelle per trogoli, erano fabbricate su richiesta e soltanto in determinate cave; esse venivano trasportate da venticinque/trenta uomini di notevole robustezza, i quali si dedicavano a questo compito in alternanza coi lavori agricoli, ossia qualora fosse necessario: costoro compivano due viaggi per ogni giorno dedicato a quell’occupazione, che veniva remunerata con una lira a viaggio. Una lastra di grandi dimensioni non poteva essere trasportata in posizione orizzontale per motivi di pesantezza e ingombro; perció veniva impiegata una speciale imbragatura chiamata cubbia, nome traslato per estensione dalla coppia (appunto cubbia in dialetto) di addetti al trasporto, grazie alla quale, come secondo la descrizione di Ravenna, due portatori “...mettono verticale la lastra e la stringono con corde fra due stanghe di legno alle quali la saldano facendo passare al di sotto in vane riprese la corda: le stanghe son fatte in modo che alle due estremità lasciano uno spazio sufficiente, onde uno dei facchini possa entrarvi col collo, e possa posarne l’estremità sulle sue spalle, e così l‘altro dall’apposita parte, e tenendo in mano entrambi un bastonce per maggior sostegno scendono per stretti sentieri al piano. Le grandissime poi le portano in quattro, o, aggiungendo due piccole stanghe trasversali alle accennate, alle quali sottomettono le spalle, e guai se uno sdrucciola, che reca la rovina di tutti”. In questo modo ogni portatore arrivava a sostenere anche 120 chilogrammi di peso. Anche in Fontanabuona si utilizzò tale sistema per il trasporto di grandi lastre dall’interno delle cave fino alle carrozzabili o alle stazioni delle teleferiche, quando ancora non erano diffusi i carrelli su binari; l’attrezzo in questione, nella sua versione più moderna, era parzialmente in metallo e prendeva il nome di “catene”. Escluse, dunque, le lastre maggiori, con dimensioni fino a 3 x 1,5 metri, il trasporto dei modelli di dimensioni più contenute (in prevalenza gli abbadini, intorno a 60 centimetri di lato), veniva svolto dalla mano d’opera femminile, sia perché gli uomini erano già impegnati nelle cave o nelle mansioni agricole, sia perché l’abilità delle donne pare fosse maggiore in tal compito, come dimostrerebbe il notevole senso dell’equilibrio necessario a procedere sulle strette passerelle delle imbarcazioni con le lastre sulla testa. Quest’ultima operazione era però svolta da altre quaranta portatrici, le quali abitavano nel centro costiero e si occupavano, appunto, in maniera specifica, di imbarcare le ardesie, portandole dai depositi fino alle barche ancorate davanti alla spiaggia di Lavagna; solo occasionalmente il materiale perveniva alle imbarcazioni direttamente dalle cave (ma ciò avvenne più di frequente negli ultimi decenni di attivita estrattiva sul Sangiacomo). L’impiego delle donne era vantaggioso per i commercianti, tanto è vero che essi lo favorivano anche a scapito di altri eventuali mezzi, proprio a causa delle basse retribuzioni del lavoro femminile; d’altronde le portatrici d’ardesia sapevano occupare proficuamente il tempo necessario al cammino di ritorno alle cave o alle loro abitazioni: infatti tenevano quasi sempre al fianco la rocca e “filavano appena deposto il loro carico”, facendo così fruttare le ore altrimenti mutilizzate, come il Bertolotti sottolineò ai suoi tempi. |
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