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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
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La vita e le condizioni sanitarie dei lavoratori della lavagna nell’area storica
I cavatori del Sangiacomo si alzavano di prima mattina per recarsi al lavoro; molto spesso dovevano compiere un lungo tragitto per giungere alle cave, dove restavano poi tutta la giornata, consumandovi anche i pasti, costituiti in genere da verdure cotte e focacce: in tal modo essi non vedevano praticamente mai la luce del sole. Della Torre non esagerava nel paragonare la loro condizione ad un “carcere a vita”: vita, peraltro, di breve durata e costantemente gravata dalla malattia, visto e considerato che in pochi anni la loro salute veniva irrimediabilmente compromessa dall’inalazione continua di polvere ardesiaca, causa di silicosi, e dalle fatiche estenuanti, cui si aggiungeva una precaria situazione igienica ed alimentare. L’età media di un cavatore si aggirava, così, intorno ai 40-5O anni, come risulta da testimonianze orali e, pur con beneficio d’inventario, analizzando la situazione demografica del ‘700-800 nella parrocchia di Cogorno, dove, in media, un terzo degli uomini lavorava nelle cave: in base a tali dati, incompleti e non del tutto attendibili, Si riscontra, infatti, che il tasso di mortalità maschile era superiore del 10% rispetto a quello femminile; pochi di coloro che lavoravano o avevano lavorato a lungo in sotterraneo raggiungevano il settantesimo anno d’età, con una proporzione di 1 su 10 donne. Non del tutto diversa era la situazione fra gli scalpellini, che lavoravano l’ardesia fuori dalle cave: tuttavia, nonostante la polvere fosse abbondante anche nei loro laboratori-depositi, costoro godevano solitamente di miglior salute dei primi, la qual cosa è giustificata in particolare dal fatto che essi, durante il lavoro, non si trovavano mai in posizioni tali da dover inspirarne grandi quantità, al contrario dei cavatori, obbligati ad effettuare al di sopra delle loro teste l’interminabile operazione di picconatura, che provocava il formarsi continuo di polvere ardesiaca all’altezza delle cavità orali. Più avanti, trattando espressamente della silicosi tra i lavoratori dell’ardesia, verrà sviluppato il discorso or ora accennato. |
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Il trasporto dei prodotti ardesiaci da Lavagna ad altri mercati
Fino agli inizi di questo secolo, Lavagna era stata il centro di raccolta e smistamento dell’ardesia ligure, materiale che aveva contribuito, col suo commercio, allo sviluppo della cittadina omonima, iniziato e giunto al suo apice, ai tempi del dominio dei Fieschi. In epoca medievale e moderna, su tutta la penisola, e soprattutto in Liguria, dove l’assetto geomorfologico è sempre stato particolarmente sfavorevole, le vie di comunicazione terrestri si trovarono, dopo la fine dell’Impero Romano, piuttosto dissestate, insufficienti e malsicure, tanto che la stessa Aurelia fu per molti secoli quasi del tutto impraticabile nel suo tratto ligure: tale situazione rese molto problematico il trasporto di materiali delicati e pesanti, come le lastre di lavagna, sui pochi tratti di strada carrozzabile esistenti prima del 1820; di conseguenza, il contenimento dei prezzi su molti mercati più o meno distanti dal luogo di produzione divenne inattuabile. Il mare rimase la miglior via disponibile fino agli ultimi decenni dell’800, sebbene molte strade fossero gradualmente ripristinate o se ne realizzassero nuove, e nonostante che dal 1870 circa si fosse aggiunta la disponibilità del trasporto ferroviario: la linea GenovaMassa, infatti, fu terminata il 24 ottobre 1874, collegando Sestri Levante con LaSpezia,mentre gli altri tratti furono ultimati tra il ‘63 e il ‘72; a Chiavari la ferrovia giunse nel 1868. La via Aurelia, comunque, nel nuovo tracciato sostitutivo di quello romano antico, era carrozzabile da Genova a La Spezia fin dal 1823; ma, in realtà, le stesse carrozzabili non apportarono un sostanziale contributo fino al primo dopoguerra ed oltre, dal momento che non potevano costituire una valida alternativa in mancanza di adeguati mezzi di trasporto a ruote: in definitiva la vecchia industria della lavagna, e in particolare quella del Sangiacomo, si basò sulla navigazione per quanto riguarda i trasporti e la diffusione a medio e lungo raggio del prodotto; per questo, a livello regionale, l’ardesia ligure si diffuse principalmente lungo la ristretta fascia costiera, mentre soltanto in pochi casi raggiunse l’entroterra. CosI, quantunque e lastre di lavagna non oltrepassassero direttamente la catena appenninica, fin da tempi remoti furono conosciute ed esportate in paesi lontani. Lavagna non ha mai avuto un porto commerciale, il che impedì l’uso di imbarcazioni di grande stazza: i prodotti ardesiaci venivano caricati sui leudi, scafi leggeri e di poco pescaggio, atti ad essere tirati in secca sull’arenile in caso di burrasca; di conseguenza, i limiti nella capacità di carico e nella possibilità di percorrenza obbligavano spesso ad operazioni di trasbordo su velieri presso scali intermedi, come Camogli. Il principale smistamento veniva però effettuato nel porto di Genova, dove gran parte delle ardesie stazionava prima di essere rivenduta dai compratori all’ingrosso ed essere destinata, eventualmente, ad altre città o paesi stranieri:dunque, le imbarcazioni di Lavagna raggiungevano solo saltuariamente lontani mercati di destinazione finale delle lastre. Se, in tutti i casi, il trasporto via terra era antieconomico o inattuabile, non per questo il trasporto marittimo incideva marginalmente sul costo della merce all’arrivo su certi mercati; inoltre, l’esistenza in esclusiva del trasporto per mare dell’ardesia favorì l’inserimento del commerciante-mediatore tra il produttore e il consumatore, impedendo l’attuazione di un rapporto diretto tra fabbricanti e acquirenti, ciò che forse avrebbe permesso di contenere i prezzi delle lastre e di alzare sensibilmente gli introiti dei lavoratori della lavagna. A cavallo tra il ‘700 e l’800 le imbarcazioni di Lavagna preposte al traffico dell’ardesia erano una ventina, con una portata complessiva di circa 400 tonnellate; i manufatti ardesiaci si esportavano in Spagna, Sicilia e Sardegna con alcuni bastimenti lavagnesi impiegati esclusivamente a tale scopo. Nel 1846 si diede inizio alla costruzione di un cantiere navale sulla spiaggia di Lavagna: ivi, compresi i battelli costruiti a Chiavari, vennero varate complessivamente, nel periodo dal 1862 al 1871, centosessantasette imbarcazioni, per un equivalente stazza di 44.106 tonnellate; e, nel solo 1870, si costruirono diciannove bastimenti, la cui portata totale era di 9.247 tonnellate. Tuttavia, soltanto un numero ristretto di feluche e battelli era adibito al trasporto dell’ardesia; per di più, negli anni successivi, questi andarono scemando, almeno in una certa misura, per via, come si è detto, della ferrovia da poco realizzata, la quale permetteva, in determinate percorrenze, una maggiore sicurezza e rapidità, e quindi un risparmio più consistente sui costi finali del prodotto. Ogni barca destinata al trasporto di ardesia compiva una trentina di viaggi all’anno, con meta a Genova ma anche a Savona, Sanremo, La Spezia, Carrara, da dove venivano importati mattoni, marmi e rifiuti organici (il cosiddetto bottino), che venivano usati come concime. Inoltre a Lavagna pervenivano numerosi bastimenti da varie località, per caricare ardesie; in prevalenza dalla stessa Genova, che aveva, come si è detto, un consumo annuo di 600 mila abbadini, senza considerare gli altri tipi di prodotto: qui i mercanti di ciappe avevano sede in piazza De Marini. In parecchi casi i commercianti di Lavagna scambiavano l’ardesia con generi alimentari in città come Livorno, Civitavecchia e Nizza, mentre da Genova, che era il centro dello smercio a largo raggio, le lastre e i vari manufatti ardesiaci si diffondevano fino a Tunisi, Algeri, Costantinopoli, Odessa e persino in America. Secondo Della Torre, tuttavia, gli abbadini erano esportati solamente a Gibilterra; d’altro canto, Bertolotti indicava come luoghi d’esportazione della lavagna anche Napoli, Trieste, la Toscana in generale, la Corsica, la Francia, il Portogallo. I compratori preferivano abbadini abbastanza spessi (8-10 mm), per via della loro maggior durata e resistenza, mentre sulle imbarcazioni erano più richiesti quelli di minor spessore (4-5 mm), in quanto se ne poteva trasportare un numero praticamente doppio a parità di carico. Un espediente piuttosto in auge era quello di imbarcare lastre come zavorra nei viaggi d’andata verso località o porti in cui si doveva acquistare merce varia: siccome l’ardesia non poteva deteriorarsi, la perdita risultava minima qualora il materiale rimanesse invenduto, cosa che avveniva raramente, dal momento che i prodotti ardesiaci incontravano facilmente il favore di coloro che non li conoscevano e, tanto più, di chi ne aveva già esperienza, come è stato nel caso dei “portelli” da pavimento (lastre da due palmi per lato, ossia centimetri 50 x 50), che in quel modo si erano largamente diffusi a Odessa. La situazione relativa ai traffici e al commercio dell’ardesia ligure nel XIX secolo può far pensare ad una produzione di alto livello dal punto di vista quantitativo; tuttavia, benché sul versante della qualità i prodotti fossero senz’altro di rilievo, la produttività non era molto alta in rapporto a quella di altre industrie ardesiache dell’epoca, come l’inglese o la francese, e neppure in paragone alla stessa industria della lavagna in tempi più recenti rispetto ad oggi: intorno al 1830, infatti, la produzione annuale media era di circa 8.000 tonnellate, equivalente a quella concernente la sola località di Orero poco dopo lo sviluppo dell’industria ardesiaca in Fontanabuona, ossia sessanta-settanta anni più tardi. Con il progressivo espandersi dell’attività della lavagna in questa valle, a scapito dell’area storica, e in seguito alle evoluzioni tecniche nel settore, si giunse negli ultimi decenni, dopo alti e bassi, a superare le 100 mila tonnellate di ardesia utile prodotta in Liguria ogni anno: si tratta di un livello non molto elevato, in realtà, se nel 1898 in Gran Bretagna si erano raggiunte le 634 mila tonnellate, quasi totalmente in forma di lastre da copertura; lo stesso dicasi in confronto alla media della produzione in Francia, oscillante tra le 100 e le 300 mila tonnellate annue. |
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Dal Sangiacomo allaFontanabuona; motivi di una svolta
Più volte si è avuto occasione di accennare a proposito dell’importante trasformazione avvenuta tra ‘800 e ‘900 nel mondo della lavagna; tale periodo segna, infatti, il progressivo spostamento dell’industria ardesiaca ligure dall’area antica alla principale zona di sfruttamento contemporaneo. Tale transizione si attuò piuttosto gradualmente a partire dal 1860-70, per concludersi definitivamente prima della seconda guerra mondiale, se si eccettuano alcuni successivi casi isolati di imprese dell’area storica sopravvissute o riattivate, e fu accompagnata da una serie di evoluzioni tecniche, economiche e sociali. Fin dagli albori dell’attività ardesiaca, in Liguria le cave erano sempre state ubicate in un’area abbastanza ristretta; solamente nell’800 si cominciò a capire che i banchi utili non erano una prerogativa esclusiva della zona del monte Sangiacomo e dell’entroterra di Recco, tanto è vero che erano state aperte, o si era tentato di aprire, alcune cave di “ciappe” nei dintorni di Carasco e del Montallegro negli anni tra il 1840 e il 1850. Da parecchi secoli, inoltre, si conoscevano giaciture di rocce solo in parte simili all’ardesia, benché fissili, con ubicazione in località anche relativamente distanti dal territorio di Lavagna: a Levanto, per esempio, già nel tardo Medioevo esisteva una cava di scisto marmoso utilizzato per ottenere lastre irregolari ad uso copertura. Intorno alla metà del secolo scorso fu intrapresa la realizzazione della strada carrozzabile lungo la Fontanabuona, la quale giunse a Cicagna, da Chiavari, nèl 1856 e proseguI negli anni successivi, giungendo, però, al suo termine soltanto nel 1928. Una vera e propria industria dell’ardesia cominció, a sua volta, a svilupparsi nella valle non prima del 1870, anche se le prime cave fontanine risalgono al 1864: in soli dieci/quindici anni località come Moconesi e Orero divennero i più importanti centri di produzione, togliendo il primato a Cogorno e a Santa Giulia. Una delle ragioni fondamentali ad aver determinato il decadimento dei siti estrattivi per così dire tradizionali consistette nel protrarsi dell’assoluta carenza di strade carrozzabili a collegamento tra i centri di pendio del Sangiacomo e la costa; contemporaneamente in Fontanabuona si assisteva, appunto, alla costruzione della rotabile di fondovalle e di altre strade minori nelle convalli: queste ultime furono realizzate con fatica e difficoltà a spese dei comuni e dei cavatori, che vi pagavano un pedaggio. Nei nuovi siti, inoltre, l’ardesia risultò presente in banchi di maggior potenza e migliore qualità che nel Sangiacomo, mentre per quanto riguarda i trasporti del materiale dalle cave alle diverse carrettiere vennero adibite fin dal 1876 le teleferiche, come si è ricordato. Poiché inizialmente agli abitanti della Fontanabuona mancavano l’esperienza e la capacità concreta per intraprendere il mestiere di ardesiere, non pochi lavoratori delle aree antiche, e soprattutto dell’alta valle, ossia intorno a Uscio e Tribogna, si trasferirono in quella nuova o, per lo meno, vi stabilirono la loro attività lavorativa, tramandando, così, le necessarie conoscenze tecnico-pratiche ad una nuova generazione di cavatori. La possibilità di ampie coltivazioni, e perciò di consistenti produzioni, garantiva un relativamente facile superamento di costi altrimenti insopportabili, primi fra tutti quelli dovuti alla realizzazione di nuove strutture e ad un più lungo percorso da effettuare per il trasporto del materiale dalle cave alla costa, questa volta, peró, su carri trainati da animali e non sulla testa delle portatrici. E significativo notare che nella zona del Sangiacomo non furono realizzate strade carrozzabili fino al 1945-50, mentre da tempo gli stessi imprenditori della Fontanabuona si assumevano gravose spese di ogni genere, anche per costruire strade che andavano a incentivare non soltanto il proprio profitto; di fatto, comunque, le migliori e più abbordabili giaciture ardesiache dell’area storica furono sfruttate abbondantemente nei Secoli, il che, con la concorrenza delle nuove imprese, rende plausibile la congettura secondo cui, entro non molto tempo, l’abbandono dei vecchi siti sarebbe diventato una logica e naturale conseguenza anche in avanzate condizioni tecniche ed operative. Tra l’altro, non va dimenticato che, a prescindere dalla sempre intensa emigrazione, la nascita di fabbriche, industrie ed attività varie nella fascia costiera tra Chiavari e Riva Trigoso determinó, fin dalla fine dell’800, e via via in progressione, l’assorbimento di mano d’opera in settori nuovi e promettenti, a svantaggio dell’atavica industria della lavagna, verso la quale le ultime generazioni hanno preferito quasi sempre non confluire:ciò avvenne in modo preponderante per quanto riguarda le imprese tradizionali, rimaste arretrate, mentre il fenomeno è stato meno marcato per quelle in espansione della Fontanabuona, condotte su criteri e con mezzi più moderni, in quanto corrispondenti alle esigenze emergenti anche e soprattutto sul piano sociosanitario e lavorativo. Sul finire dell’800 sopraggiunse una crisi del settore, la quale perdurò alcuni decenni a causa della diffusione, dopo il 1865-70, dei citati forni di cottura continua per mattoni e tegole: tali forni riducevano notevolmente la mano d’opera, permettendo contemporaneamente un sostanziale incremento produttivo, tanto da rendere fortemente concorrenziali le coperture ceramiche di tipo moderno, che usufruivano di una carpenteria meno costosa rispetto al passato, in quanto le tegole risultavano ormai più leggere degli abbadini, senza contare che potevano essere disposte facilmente su falde non molto inclinate, ossia al 25-30% di pendenza per il tetto alla marsigliese, contro il 30-45% per quello in ardesia. Questa situazione ebbe ripercussioni negative dapprima soprattutto sulle esportazioni; poi la crisi, che stava per essere superata, si acuì ulteriormente nei primi del ‘900, coinvolgendo intensamente il mercato locale, per l’avvento del fibrocemento, una miscela di cemento e amianto con cui si riesce a fabbricare lastre di forma a dimensioni volute, che nella copertura assicurano un risparmio sul peso del 25% rispetto agli abbadini. Se, dunque, la crisi fu generale tre le imprese dell’ardesia ligure, ma anche nelle industrie ardesiache straniere, diventa ancor più motivato il declino della zona di sfruttamento arcaico e l’estinzione delle sue cave: solamente in Fontanabuona potevano sussistere le condizioni e le possibilità di adattamento necessarie a far fronte ad una situazione in cui proprio il più debole avrebbe finito per soccombere. Tuttavia, la risalita non sarebbe stata possibile, o comunque non facile, nemmeno nella nuova area, se la lavagna avesse significato soltanto lastre da copertura: in altri campi, infatti, l’ardesia continuò a rivestire o acquisì un ruolo pressoché insostituibile, iniziando a rendersi indispensabile specialmente nel campo dei piani da biliardo, per i quali, caso fortuito, la varietà ligure è considerata in modo unanime la più indicata. Purtroppo per le imprese della zona antica i banchi vergini della nuova area si prestavano ottimamente alla produzione di grandi lastre, di modo che, grazie anche ai fattori finora considerati, la concorrenza si fece sempre più pressante per l’industria ardesiaca tradizionale, incapace e ormai impossibilitata a produrre secondo moduli competitivi. In Fontanabuona si era partiti con i presupposti favorevoli alla creazione di un’attività da portare avanti con criteri imprenditoriali avanzati, tali da preludere alla formazione di una struttura connettiva costituita da piccole iniziatiye, ma orientata verso il concretizzarsi di una vera e propria industria ardesiaca moderna, ancorché imperniata su basi artigianali, tuttora spesso ben riconoscibili. In breve tempo nel settore prese corpo un’economia in cui la componente investimento si trovó ad assumere una funzione portante nel continuo processo di rinnovamento tecnico-organizzativo, anche in virtù delle favorevoli condizioni di partenza, che determinarono in alcuni casi l’attuazione di un regime di conduzione aziendale capitalistico. Ciò permise, allora, ai più acuti e fortunati imprenditori di aumentare le possibilità di sviluppo delle proprie aziende ma anche, in particolare, di dare Ia spinta al compimento di studi, esperimenti e tentativi di vario genere, che portarono gradualmente all’acquisizione di una tecnologia avanzata e, perciò, alla realizzazione, in fabbriche sorte per indotto nella stessa valle, di appositi utensili e macchine, davvero rispondenti alle necessità lavorative e produttive. Un altro importante motivo per cui la concorrenza della Fontanabuona si fece pressoché immediata nei confronti del Sangiacomo risultò consistere, lo si ribadisce, nell’impiego esclusivo della tecnica di coltivazione a soglia delle cave, che favoriva un aumento considerevole della produttività. Inoltre va considerata una questione fondamentale: mentre al cavatore classico, a causa dei suoi scarsi introiti, era sempre stato necessario appoggiarsi imprescindibilmente anche sui proventi ottenuti dai familiari dediti alle occupazioni agricole, al contrario i lavoratori dell’ardesia in Fontanabuona, potendo non sottostare ai commercianti, cominciarono subito a gestire direttamente, o quasi, i loro affari, in ciò favoriti, ancora una volta, dalle vie di comunicazione stradali, che il misero in grado di stabilire rapporti più o meno diretti con gli acquirenti e, conseguentemente, di non trovarsi nella condizione di continuo bisogno materiale oppure in circostanze di subordine anche a livello socio-culturale, soprattutto nei confronti della classe che aveva sempre controllato il mercato ardesiaco. Non si deve dimenticare, infatti, che persino l‘incapacità, in massima parte frutto dell’analfabetismo, o l’impossibilità di governare le relazioni sociali, oltre che economiche, con il “metafisicamente lontano” mondo della costa, aveva giocato a sfavore degli abitanti del Sangiacomo, in tal guisa che, per quanto ciò non sia stato certamente la sola causa, fu facile sfruttare per secoli il duro lavoro di cavatori e portatrici, a tutto vantaggio di pochi mercanti, cui era motto arduo sottrarsi. In Fontanabuona, sebbene lavorare nelle cave sia ancora oggi piuttosto duro, molti cavatori hanno potuto costruirsi un minimo di sicurezza e, nei casi migliori, dare vita a imprese destinate a progredire tramandandosi di padre in figlio, come succede per alcune aziende. Con l’avvento della nuova industria della lavagna divenne comune la presenza di addetti dipendenti e non più consociati o direttamente partecipanti alle iniziative delle relative imprese; ma, come nel passato più lontano, in ogni impresa si continuò ad avere un numero abbastanza ristretto di lavoratori: anche oggi, in Liguria, persino le aziende ardesiache di maggior fatturato non annoverano più di venticinque-trenta addetti, compresi gli operai dei laboratori. Intorno alla fine del secolo scorso, dunque, Lavagna perse il monopolio sul mercato ardesiaco quale centro di commercio e smistamento, in quanto spontaneamente e gradualmente i più importanti centri della Fontanabuona ne presero il posto: ciò accadde in buona parte perché le strade permettevano di effettuare anche in un secondo tempo il trasporto del materiale precedentemente rifinito nei laboratori situati in loco. Intorno agli anni ‘20-30 Cicagna consolido la sua posizione, sostituendo definitivamente, a livello strategico, l’antica cittadina di mare, che non poteva più assolvere la sua funzione organizzatrice nell’attività ardesiaca: tale processo yenne favorito proprio dall’avvenuto decadimento dell’industria ardesiaca antica. La moderna industria della lavagna avrebbe ancora conosciuto periodi di crisi e di assestamento: con la meccanizzazione del primo dopoguerra i costi dei materiali artificiali diminuirono ulteriormente, a scapito, tra gli altri, dei prodotti ardesiaci, fra cui, in special modo, quelli per l’edilizia. I tetti in abbadini, già rincarati per l’aumento di salario dei posatori, non furono più cormpetitivi, e ciò provocò, col tempo, cambiamenti radicali dal punto di vista paesaggistico-ambientale, in quanto le coperture d’ardesia in molte zone furono quasi del tutto abbandonate. Purtroppo, nell’industria ardesiaca Iigure la tecnologia avanzata faticò ad entrare in campo e, quindi, i costi produttivi si elevarono eccessivamente: è pur vero, però, che fino agli anni ‘50-60 non si presentarono sufficienti possibilità d’investimento, tali da porre le condizioni per la realizzazione di macchinari provvisti dei requisiti necessari ai bisogni e ai ritmi contemporanei. Inoltre, come già accennato, le ultime generazioni hanno preferito cercare occupazione nelle nuove industrie che ovunque si andavano sviluppando, evitando, così, il lavoro nelle cave e le sue temibili conseguenze sul piano sanitario. La seconda guerra mondiale determinò la chiusura di quasi tutte le cave, tanto che in Liguria nel 1945 la produzione ammontò ad appena 385 tonnellate di materiale ardesiaco: la successiva rinascita dell’industria della lavagna ha portato con sé soltanto il ricordo dell’antica attività sul monte Sangiacomo, dove tutte le vecchie imprese sono morte da tempo e dove soltanto qualche cava è stata riaperta sporadicamente. Nell’area storica, infatti, i possibili mutamenti e miglioramenti tecnico-organizzativi, che avrebbero dovuto basarsi su un’economia dinamica, si erano attuati, solo in parte, quando ormai il numero delle cave attive era diventato molto esiguo, essendo passato da una media di sessantasettanta nell’800 a non più di una decina intorno al 1920; il sistema di trasporto, ad esempio, non era progredito sostanzialmente, cosicché si era persino cercato di ovviare alla mancanza di strade con l’impiego di muli, che tuttavia sostituivano limitatamente le portatrici. Per quanto riguarda la zona di Uscio e Tribogna, nell’alta Fontanabuona, in cui le prime cave risalgono ad almeno qualche secolo prima dello sviluppo dell’attività ardesiaca nel resto della valle, essa è stata incorporata nella nuova industria della lavagna, dal momento che ha potuto trarre vantaggio dalI’espansione economica generate della nuova area ardesiaca, seguita alla realizzazione delle strade, e dalle proprie contingenti caratteristiche geolitologiche: anche qui, fino all’800, il trasporto delle lastre veniva effettuato dalle donne, le quali, con carico sul capo, risalivano il pendio del versante settentrionale dei monti antistanti il mare, fino al crinale, per poi discendere, lungo i sentieri, a Recco, dove il materiale veniva imbarcato o posto sul mercato locale. In tale area, quindi, le imprese dell’ardesia si sono sviluppate precedentemente e indipendentemente da quelle fontanine in senso stretto; poi, durante la seconda metà dell’800, i contatti tra le vane zone della valle e con la Costa sono diventati più stretti, e i due ambiti si sono in pratica uniti. Ai primi decenni del ‘900, dunque, il mondo della lavagna era completamente mutato rispetto a quello dei secoli precedenti: dove il peso della consuetudine continuava a far sentire i suoi effetti, la situazione aveva assunto tali connotati da farlo sembrare il riflesso del passato; altrove si aprivano, invece, nuove prospettive per una reale continuita. |
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