Queste pagine sono ottimizzate per una visione su Pocket PC. Clicca sulla scritta qua sotto per raggiungere la home page generale del portale!
WWW.FONTANABUONA.COM
versione perPOCKET PC


Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
Lavorazione secondaria

Mentre in passato il blocco veniva trattato in cava, per poi effettuare il trasporto delle lastre ottenute, in tempi più recenti, invece, grazie alla meccanizzazione le fasi posterioni all’estrazione hanno cominciato ad essere eseguite all’esterno delle cave o in un secondo tempo, in appositi laboratori. Oggigiomo agli stabilimenti delle imprese ardesiache maggiori giungono contemporaneamente molti blocchi, provenienti anche da cave diverse per mezzo di automezzi. Come al solito, affinché si conservi nell’ardesia la proprietà dello sfaldamento, bisogna dapprima impermeabilizzane i blocchi stessi con uno strato di fanghiglia, la “boiacca”, formata da acqua e dalla sottile polvere ardesiaca, residuo di lavorazione; poi è necessario avvolgere intorno ad essi un involucro in materiale plastico, di modo che possano restare in attesa di essere sottoposti al processo di smembramento. Tra l’altro, non è infrequente proteggere in modo analogo le sezioni di banco semisolate e perciò facilmente esposte all’asciugamento. Nelle aziende fontanine i blocchi vengono destinati alla fabbricazione di determinati prodotti secondo la qualità della roccia, che può variare da un filone all’altro e persino all’interno di una stessa cava, come già si è detto; tuttavia le cave che forniscono al contempo materiale adatto ad ogni tipo di impiego sono molto rare. Nel mondo, comunque, ardesia significa principalmente lastre da copertura: esse vengono ottenute con il classico lavoro di sfaldatura manuale, mentre per impieghi specifici il metodo può dipendere dalla fissilità e dall’uniformità della noccia, anche se ormai è consueto vedere in funzione le nuove macchine. L’opera degli scalpellini è divenuta un fatto sporadico, e l’uso di attrezzi tradizionali è limitato alla realizzazione, spesso su commissione, di manufatti singoli di tipo artigianale, che vanno dal pezzo per l’edilizia all’accessorio particolare, e dall’oggetto d’arredamento funzionale a quello puramente decorativo. Bisogna aggiungere, in proposito, che un tempo le ardesie dure e poco fissili non potevano praticamente essere trasformate; oggi invece, con l’impiego dei telai a lame multiple, lame che dapprima, non essendo diamantate, lavoravano con l’aiuto di sabbia silicea quale abrasivo, è possibile ottenere quasi ogni genere di lastre da tipi di ardesia non sfaldabile, qual può essere, tra l’altro, quella delle porzioni più compatte di molti banchi buoni, o caratterizzata da determinate irregolarità, come ad esempio dai piani di fissilità ricurvi. Tali rocce ed altre simili, che in certi casi vanno considerate pseudoardesie, si prestano ottimamente alla realizzazione di lastre anche grandi, con l’esclusione, però, di quelle da copertura o di altre che necessitano comunque di sfaldamento manuale: per questo motivo, infatti, l’ardesia del Ponente ligure, di solito più compatta della classica lavagna, viene impiegata quasi totalmente nella fabbricazione dei pianali da biliardo, al cui ottenimento concorrono, appunto, alcune tecniche ed alcuni mezzi di lavonazione originali (talora simili a quelli utilizzati nell’industria marmifera), sia per quanto riguarda la segagione e la rettifica dei blocchi sia per quanto concerne la piallatura o la fresatuna delle Iastre. I modemi stabilimenti di trasfonmazione dell’ardesia, a parte centi laboratori medio-piccoli di tipo artigianale, sono strutture a sé stanti, in cui alcuni o numerosi operai fanno funzionare e controllano macchine automatiche; il lavoro che vi si svolge ha poco o niente a che fare con quello di cava o con mansioni la cui componente manualità sia altamente determinante, come per lo più accadeva in passato. Nell’area geografica della lavagna quasi tutti i grandi stabilimenti si trovano ubicati a fondovalle, soprattutto per la necessità di ampi spazi pianeggianti su cui edificare i capannoni nei quali sistemare le molte e complesse attrezzature, che consistono principalmente nelle seguenti macchine industriali: carriponti, paranchi, piani a rulli, carrelli a motore e sollevatori per i trasporti interni, oltre ai macchinari necessari per ogni specifica finitura. Tra questi ultimi si possono esaminare brevemente i principali: innanzitutto il citato telaio a seghe multiple raffreddate ad acqua, che serve per tagliare grossi blocchi (ad esempio con dimensioni intorno a 300 x 150 x 80 centimetri) generalmente in lastre da biliardo, fino a un numero di settanta-ottanta simultaneamente nel periodo di dodici ore circa; poi, oltre agli apparecchi muniti di sega circolare per effettuare il taglio dei blocchi in ceppi, nonché la squadratura e la rettifica dei pezzi, vi sono le piallatrici, che portano a spessore le lastre grazie a un largo coltello d’acciaio, sotto il quale scorre un pianale su cui viene sistemata la lastra da trattare. Inoltre esistono le levigatrici, la cui mola diamantata serve a lisciare perfettamente le lastre da biliardo, da lavagne scolastiche e da pavimentazione; infine vengono adoperati sia trapani di varia grandezza, per praticare diversi tipi di fori, sia altre attrezzature per operazioni particolari, come ad esempio la realizzazione delle anse per le buche dei biliardi poste ai bordi del pianale. Ogni prodotto necessita, insomma, di una particolare lavorazione; ció è vero per qualsiasi industria dell’ardesia nel mondo. In Francia esistono tre settori principali per la lavorazione secondaria: coperture, pavimentazioni e utilizzi diversi, tra i quali solo in minima parte i piani da biliardo. Per quanto riguarda le lastre da tetto si esegue il procedimento seguente:il blocco, pesante tra 2 e 5 tonnellate, viene scomposto con martelli pneumatici lungo i piani di fissilità, in pezzi spessi 8-10 centimetri, i quali, a loro volta, vengono segati in bande lungo il “traverso”; queste, poi, sono suddivise in ceppi, detti “repartons”, dalle superfici maggiori più o meno equivalenti a quelle degli abbadini che ne deriveranno. La sfaldatura (fente) avviene anche qui manualmente, dopo di che si pratica il “crondissage”, la rettifica delle lastre (denominate fendis) per mezzo di macchine a mano o automatiche. Per le pavimentazioni si utilizza ardesia più dura, che viene segata con i dischi diamantati, mentre il lastricato da giardino viene tagliato a scalpello, così da ottenere contorni irregolari. Infine vi è la fabbricazione di pezzi di vario genere, quasi sempre per usi edili (finiture, arredo): blocchi di forma irregolare, con spessore 15-30 centimetri, vengono scomposti in elementi di media grandezza secondo fissilità, e poi segati in parallelepipedi; quindi, dopo Ia sfaldatura in lastre, si effettua su uno o due lati delle stesse una graduale piallatura nel senso del “longrain” (fissilità secondaria), ed eventualmente la levigatura; infine, a seconda dei casi, le lastre sono rettificate, forate, incise, o sottoposte a lisciatura e arrotondamento dei bordi. Ormai, in generale, non è più necessaria mano d’opera specializzata per la lavorazione secondaria: le strutture ed i mezzi a disposizione sono infatti di qualità elevata; eppure nessuna macchina ha potuto finora sostituire la precisione della sfaldatura col metodo classico, tanto che, persino nei laboratori più all’avanguardia tecnologicamente, l’opera manuale dello spacchino rimane pur sempre indispensabile all’ottenimento dei tradizionali abbadini o di altre lastre sottili. Le nuove generazioni di ardesieri non hanno potuto dimenticare le cognizioni e l’abilita dei cavatori, degli scalpellini e degli spacchini del passato, attraverso i quali si è tramandato un prezioso bagaglio conoscitivo fatto di intuito, capacità pratiche ed empirismo nel senso costruttivo del termine.

Estrazione e lavorazione dell’ardesia: stato dell’arte e cenni sulle possibili evoluzioni

Come gia ricordato ampiamente in precedenza nel contesto ligure l’ardesia si trova in filoni rocciosi di vario spessore (da 2 a 12 m) che, normalmente, si addentrano con varie pendenze nel cuore della montagna: coloro che la estraggono devono, pertanto, necessariamente seguire il filone e quindi operano come dei veri e propri minatori. Si parla quindi di cave, ma più propriamente esse risultano vere e proprie miniere ed il lavoro che vi si svolge avviene completamente in sotterraneo. Va rilevato che nel corso degli ultimi anni le tecniche estrattive dell’ardesia non hanno registrato significative evoluzioni sotto il profilo tecnologico al contrario di quanto è invece avvenuto nell’ambito della succesiva lavorazione in cui le aziende fontanine rappresentano il top a livello internazionale. Le macchine segatrici per cava sono comunque realizzate pressoché esclusivamente da aziende locali quali, ad esempio, la C.M.S. di Pianezza e l’Officina Meccanica Garrone di Carasco e ciò favorisce un continuo sia pure lento miglioramento nei risultati della loro applicazione nelle fasi di escavazione. Va peraltro ricordato che l’Officina Meccanica Garrone si è proposta con successo per la realizzazione su base industriale di un utensile per taglio, il cosiddetto “spadone” che fu oggetto di un progetto pilota da parte del DITEL e che in una qualche misura ha costituito un logico completamento a monte del progetto SLATE (da cui ha avuto origine il LAPIS) in quanto in esso si preconizzava l’applicazione di tecnologie avanzate alla lavorazione in cava, mentre nel progetto SLATE è stata affrontata Ia tematica dell’automazione delle attività di lavorazione. La stretta correlazione tra aree di escavazione e localizzazione dei produttoridi macchinari specifici per tale attività non stupisce più di tanto in quanto si tratta di un fenomeno tipico di tutti i distretti industriali nell’ambito dei quali lo sviluppo della produzione determina una correlata crescita dell’engineering specialistico. Tra le possibili evoluzioni future dell’attività di escavazione non è da escludere il ricorso ad una macchina da taglio in cava con caratteristiche innovative e capace di operare con un sezionamento di tipo orizzontale. La ragione di tale scelta innovativa, che richiede l’ideazione di una macchina profondamente diversa da quelle esistenti sul mercato, nasce dalla volontà di sfruttare in maniera totale, per tutto il loro spessore, i filoni ardesiaci. Attualmente infatti la parte superiore dei filoni viene rovinata dalle mine utilizzate per creare lo spazio necessario a posizionare le macchine da taglio onde estrarre le parti sottostanti del filone, il cui sfruttamento, come è noto, avviene dall’alto verso il basso. Grazie ad essa, sarà possibile in prospettiva l’utilizzazione dei filoni per l’intero spessore: si ritiene che possa essere quantificata in 1,5-2,00 metri l’altezza del filone oggetto di specifico sfruttamento. Non si tratta certamente di un piccolo risultato tenendo conto del fatto che lo spessore dei filoni è variabile e passa da un minimo di tre metri a un massimo di una decina di metri. Una ulteriore ricaduta positiva dell’innovazione è costituita dalla contrazione della dimensione del materiale da destinare alla discarica in quanto grazie al taglio orizzontale la parte laterale del filone verrebbe infatti recuperata ai fini produttivi con un conseguente incremento del materiale destinato al laboratorio in misura anche significativa. E comunque soprattutto nel campo della lavorazione e non certo in quello dell’estrazione dell’ardesia che emergono le caratteristiche produttive più significative sotto il profilo tecnologico ed industriale: gli operatori, infatti, attivi nella produzione di lastre da bilardo dispongono di linee automatizzate ed altamente efficienti tali da garantire una preminenza tecnica rispetto alla sempre crescente concorrenza sui mercati internazionail. La produzione ardesiaca nel campo del biliardo si trova oggi tecnologicamente avanzata nei confronti della concorrenza straniera: il grande balzo in avanti si è avuto soprattutto alla fine degli anni ‘70 e nella meta degli anni ‘80, durante i quali, a fronte del crescente spazio sui mercati internazionail, le aziende della Fontanabuona hanno saputo attrezzarsi in maniera competitiva sotto il profilo tecnologico. Va sottolineato che le linee automatizzate nei campo delle lastre da biliardo sono in genere costituite da un elevato numero di macchine ed impianti tra loro interconnessi: malgrado la complessità dell’apparato tecnologico si tratta in genere di impianti assai robusti e funzionali la cui durata si protrae nel tempo con performances accettabili per periodi di 10-15 anni e talvolta anche più. E opportuno rilevare che tale situazione è fortemente influenzata dal carattere specifico di “nicchia” di mercato che l’ardesia ligure detiene sul mercato internazionale: la qualità del materiaie prodotto nelle cave della Fontanabuona e della Valle Argentina e l’eccellenza sul piano tecnologico ha permesso alle aziende di godere di un notevole vantaggio competitivo. Del resto è ben noto che nell’ambito dell’offerta a livello internazionale di lastre da biliardi quella della Fontanabuona costituisce una vera e propria specializzazione che peraltro si trova a concorrere in prevalenza non con altri operatori europei, ma soprattutto con produttori sudamericani nei confronti dei quali sotto il profilo tecnologico esiste un vero e proprio abisso. Negli altri paesi europei la principale destinazione dell’ardesia è, infatti, legata all’edilizia e, soprattutto, ai rivestimenti e, di conseguenza, è profondamente diversa la struttura dell’offerta di prodotti ardesiaci. Un altro elemento che ha contribuito alla stabilita tecnologica è anche costituito dal prezzo sempre più rilevante delle linee automatizzate: il più recente acquisto di una linea completa, l’unico peraltro realizzato nel corso degli ultimi anni, ha registrato un importo di ben 1750 milioni di lire. In generale la volontà prevalente nel gruppo delle aziende produttrici di lastre da biliardo è quella di operare in una logica di mantenimento del gap tecnologico esistente nei confronti della concorrenza internazionale piùttosto che in un ampliamento della dimensione del vantaggio. In sostanza il quadro oligopolistico e le alterne evoluzioni del rapporto lira/dollaro hanno in genere spinto le aziende ad una politica di attenzione a ricavi piuttosto che “spingere troppo” su scelte di forte innovazione tecnologica. Non è peró certamente da escludere la possibilità, al fine di conservare i vantaggi di nicchia, che nel prossimo futuro risulti necessario per gli operatori puntare su un sempre più rapido adeguamento tecnologico dei telai e dei macchinari per la lavorazione dell’ardesia al fine di compensare in termini di produttività il differenziale negativo dei costi produttivi esistente rispetto ai produttori sudamericani. L’adozione di siffatte scelte da parte degli imprenditori richiede senza dubbio come presupposto la sicurezza di disporre di un quadro certo circa le possibilità di coltivazione delle cave nel medio periodo essendo in genere non breve il ciclo abituale del ritorno degli investimenti nel settore (10-15 anni in media). Nel completare il quadro tecnologico del settore dell’ardesia è senza dubbio importante ricordare anche l’evoluzione che ha recentemente interessato le produzioni collegate con l‘edilizia attraverso la messa in funzione nella struttura consortile LAPIS di un centro di lavorazione a cinque anni in grado di incidere, grazie alia disponibilità delle tecnologie CAD-CAM, su un significativo ampliamento della gamma produttiva nonché nell’ambito di una vera e propria innovazione di prodotto.

USI STORICI E RESTAURO

Presso tutte le civiltà è sempre stata prassi comune quella di non conservare i materiali che siano facilmente reperibili in natura, specialmente se essi sono utilizzati in zone relativamente vicine al luogo della loro naturale ubicazione. E il caso dell’acqua: quando si dispone di una sorgente che sgorga acqua tutto l’anno, difficilmente si pensa ad accumularla, ma, eventualmente, solo ad incanalarla per miglioraRNe la distribuzione; viceversa, in assenza di essa, si costruiscono argini, dighe, cisterne ed altre opere per poterla accumulare e conservare per i periodi di siccità. In questo modo si è sempre proceduto anche nei confronti dell’ardesia, per la quale, in assoluto, non esistono tecniche antiche finalizzate al restauro. I liguri, pur considerando tale materiale utile e pregiato, lo hanno altresì trovato sempre accessibile e conseguentemente non hanno mai approntato metodi conservativi veri e propri, in quanto la sostituzione era ed è, almeno in parte, sicuramente più economica di altre forme di recupero, anche perché non si sono manifestati nel tempo fenomeni di esaurimento totale o abbandono delle cave di ardesia, che continuano ad essere coltivate in alcune zone della Liguria. In realtà, come si dirà più oltre, da un certo momento in poi è stato necessario provvedere ad elaborare delle tecniche di conservazione, ma queste ultime appartengono tutte ad epoche assai recenti e sono applicate in casi particolari. Infatti esse rientrano più genericamente nel novero dei mezzi attualmente disponibili per la conservazione delle opere d’arte, intese come manufatti lavorati in forma estetica dall’uomo, e non come semplici parti di una costruzione, che, come vedremo, è possibile sostituire invece che restaurare. L’uso dell’ardesia sul territorio ligure è abbastanza generalizzato e diffuso, ovviamente con maggiori concentrazioni nei due poli estrattivi storici, nella Riviera di Levante e in quella di Ponente. Nel Levante fu dapprima sfruttata Ia zona di Uscio, già intorno all’XI-XII Secolo, e la fascia compresa tra Barassi ed il monte San Giacomo alle spalle dell’abitato di Lavagna. Nella seconda metà del secolo scorso l’attività estrattiva si è trasferita in Val Fontanabuona. Nel Ponente, la Valle Argentina è sempre stata un centro di escavazione, come testimoniano i numerosi manufatti di Triora, Molini di Triora e degli altri insediamenti della valle dove è tuttora cavata. Anche Genova, in quanto accentratrice di potere nei confronti del resto del temtorio, è ricca di manufatti ardesiaci, ma nella città l’ardesia convive e si confonde con la pietra nera di Promontorio, utilizzata almeno sino alla chiusura delle cave del monte Peralto, avvenuta nella prima metà del XVII secolo. Solo dopo questa data l’ardesia avrà il primato sulla pietra nera, alla quale, nel periodo precedente, si ricorreva più frequentemente per ovvi motivi di vicinanza, ma anche per la maggiore lavorabilità. L’ardesia, assieme alle pietre del Finalese, risulta quindi il litotipo più ricorrente nel passato e questo impiego continua anche nel presente, nonostante i numerosi prodotti di sintesi realizzati dall’industria moderna. Occorre riconoscere che il popolo ligure ha riposto una fiducia, ormai millenaria 1, in questa pietra scistosa. E’ proprio questa tessitura parallela, caratterizzata da materiali argillosi, la quale consente all’ardesia della Val Fontanabuona di spaccarsi secondo la parallelità dei piani, che prima dell’avvento delle seghe meccaniche ha consentito l’esecuzione di gran parte dei manufatti tradizionali. L’ardesia della Valle Argentina si differenzia da quella della Val Fontanabuona per la minore scistosità. L’ardesia del Ponente ha inoltre caratteristiche di minore fragilità rispetto atll’ardesia del Tigullio. Tuttavia essa, contrariamente a quella della Val Fontanabuona, non presenta una facile divisibilità alla spaccatura con gli appositi cunei; infatti l’ardesia del Levante è spaccabile in spessori minimi di circa 2-3 mm, quella del ponente in spessori minimi non inferiori a 8-10 mm. E il pigmento di grafite a caratterizzare l’ardesia, con quel colore grigio plumbeo, divenuto uno dei simboli della Liguria grazie al suo utilizzo generalizzato nelle coperture dei tetti. Tuttavia le coperture non sono certo le sole strutture realizzate in ardesia, la quale veniva impiegata per le applicazioni più svariate, quali pavimentazioni, arredi fissi sotto forma di sovrapporte, stipiti, intradossi di porte e portali, di camini, di colonne e pilastri, peducci e capitelli, oltre alle numerose tipologie di pedate per scale e ancora zoccolature interne ed esterne di edifici, variamente decorate sulla superficie. Gli usi dell’ardesia si sono tuttavia diversificati nell’ambito del territorio ligure ed in rari casi nelle regioni confinanti. Nella zona d’estrazione, questo litotipo, proprio per la sua grande abbondanza è stato utilizzato in svariati modi, sia nel campo dell’edilizia, sia per usi funzionali legati alla vita di tutti i giorni, spesso identificata con la vita dei campi; va notato che anche gli scarti di cava venivano utilizzati, Sia pure per gli impieghi più modesti. Oggi, con una visione più ecologica, non possiamo fare a meno di sottolineare il fatto che già nel passato si era trovato il modo di riciclare parti che oggi costituiscono solo elementi di scarto e di accumulo. La trattazione che segue si dividerà conseguentemente in due parti: - gli usi più modesti cui era destinata l’ardesia, prevalentemente in un ambito locale assai ristretto; - l’utilizzo dell’ardesia nell’architettura, sia nel contesto dell’edilizia residenziale comune che in quello degli edifici monumentali.

Pagina precedente del libro dedicato alle Ardesie Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Pagina successiva del libro dedicato alla Ardesia


Sito realizzato da: Internet Dream TIgullio - Tutti i diritti sono riservati.
Queste pagine sono ottimizzate per una visione su Pocket PC. Clicca qua per raggiungere la home page generale del portale!
www.fontanabuona.com