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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
Utilizzazioni locali non architettoniche

I manufatti più semplici realizzati in ardesia sono ovviamente legati allo stretto ambito estrattivo: rivestimento di locali per la conservazione di derrate alimentari agricole, muri di contenimento di fasce ”prie bose” meridiane, canali agricoli ed altro ancora, come si vedrà in seguito. Sono questi i casi di elementi quali: trogoli, ovvero contenitori per olio, sia nelle suppresse ovvero i frantoi, come in veri depositi appositamente allestiti per l’olio, e vasche, fosse per liquami neri, condutture, lavatoi, carasse da vigna, “pöse”, pavimentazioni di tipo rurale per la conservazione di derrate alimentari, pozzi, panche rurali, muri di contenimento di fasce. La costruzione di vari tipi di vasca in ardesia è probabilmente uno dei più diffusi sistemi d’impiego di questa pietra nel territorio limitrofo alla zona di estrazione, che non si limita all’entroterra di Lavagna o della Fontanabuona, ma si estende an-che all’entroterra di Chiavari, Zoagli, Rapallo, Santa Margherita Ligure e Sestri Levante, in zone come Leivi e Carasco, Semorile, San Pietro Novella, Nozarego, San Massimo, la Val Petronio e la Val Gromolo, dove si ritrovano in abbondanza questi manufatti. I trogoli, detti anche tinelli, erano contenitori usati prevalentemente per l’olio, composti di cinque lastre ardesiache. Sulla lastra di fondo veniva eseguito un solco perimetrale nel quale erano incastrate le quattro lastre verticali. Un altro incastro era praticato nei due testarini, cioè le lastre di testa, nelle quali si inserivano le due lastre lunghe. L’adesione era assicurata con semplice malta di grassello di calce, a tutt’oggi il migliore legante per l’ardesia, nonostante le resine presenti in commercio. Tuttavia il contenimento delle quattro lastre verticali era reso possibile principalmente dall’inserimento del manufatto in una fossa, che ne garantiva la tenuta rispetto alla pressione del liquido sulle pareti interne. L’ardesia consente un’ottima conservazione dell’olio in quanto i suoi strati non ne vengono imbibiti; per questo motivo tali depositi si trovavano indifferentemente nei frantoi dove l’olio arrivava direttamente dopo la torchiatura delle olive (fig. 127), oppure in luoghi di raccolta di altro genere, come i depositi per olio nel Portofranco genovese (fig. 128). Lo stesso manufatto era usato come vasca per il contenimento dell’acqua nelle fasce, e veniva collocato generalmente in alto per garantire l’irrigazione delle fasce sottostanti (fig. 125); tuttavia spesso l’ubicazione prevalente era nelle vicinanze di una fonte, alla quale la vasca poteva essere direttamente collegata. Nel caso di ubicazione esterna at terreno, la vasca era spesso tirantata con catene di ferro, che con opportuni capochiavi ne assicuravano la resistenza alla spinta del liquido verso l’esterno. Il concetto di vasca si può tuttavia estendere anche ad altri elementi costruiti dall’uomo con l’ardesia quali: i lavelli per le cucine, ricavati con la stessa tecnica delle vasche, da cui si differenziavano solamente per le dimensioni e per la presenza di un ripiano di scolo per le stoviglie; le acquasantiere per le chiese e gli oratori, ricavate in un unico blocco di pietra; le varie condutture, sia per gli scoli bianchi che per quelli neri. Questi ultimi in varie epoche coesistevano con le trombette e le cannonate, ovvero le condutture rispettivamente bianche e nere, realizzate in terracotta, qualche volta invetriata nella parte interna. Le condutture in ardesia erano utilizzate per andamenti prevalentemente suborizzontali ed erano costituite da quattro lastre ardesiache legate con malta di calce, la cui dimensione prevalente era ovviamente la lunghezza; l’unione tra le diverse lunghezze avveniva semplicemente di testa e stuccata con malta di calce. Svariate condutture di questo genere sono state trovate durante i lavori di restauro di palazzo Costaguta-Rocca a Chiavari. Un ultimo tipo di manufatto in ardesia, nel genere delle “vasche”, era costituito dai depositi di liquami neri realizzati con le stesse tecniche dei trogoli per olio. Sempre legati allo sfruttamento dell’acqua erano invece i pozzi e i lavatoi, che nelle loro varie conformazioni presentavano diverse parti in ardesia. I primi avevano comunque sempre il piano d’appoggio in ardesia ma spesso questo litotipo era utilizzato anche per le parti verticali del muro che costituiva la vera del pozzo e/o per recinti e piani d’appoggio contigui in svariate conformazioni, che talvolta assumevano forme anche complesse, come per esempio il pozzo dell’ex convento delle Clarisse in Chiavari. I lavatoi, come il manufatto precedente, presentavano in ogni caso il piano inclinato, adibito al lavaggio dei panni, in ardesia e la stessa pietra poteva costituire anche le parti verticali come, per altro, le vasche sottostanti dove si raccoglie l’acqua, realizzate con la stessa tecnica delle vasche descritta più avanti. Ancora un uso dell’ardesia legato all’acqua è costituito dalle pavimentazioni delle cisterne sotterranee per il contenimento dell’acqua dove le lastre erano messe in opera con sovrapposizione doppia. Un ulteriore impiego dell’ardesia con funzioni igieniche era costituito dalla lastra bucata che costituiva la parte superiore dei rudimentali servizi igienici utilizzati nelle zone rurali. L’elencazione degli usi “poveri” dell’ardesia prosegue con quelli di tipo prevalentemente agricolo, tra i quali possiamo citare le pavimentazioni di depositi di derrate alimentari, nei quali al buio e al freddo venivano collocate granaglie, patate ed altri generi di prodotti a cui il contatto con l’ardesia garantiva una bassa temperatura e contemporaneamente una relativa igienicità, in quanto la presenza delle pietre consentiva una facile pulizia del vano. Sempre nei pressi dei luoghi di escavazione l’ardesia era largamente impiegata nella costruzione dei muri di contenimento delle fasce, alcuni dei quali alti svariati metri, soprattutto nei boschi e negli uliveti, dove il dislivello tra due terrazzamenti diversi veniva risolto attraverso scale, le cui pedate erano nuovamente lastre di ardesia motto spessa, incastrate a sbalzo nel muro stesso. Lo stesso litotipo costituiva sovente la lastricatura di mulattiere e strade vicinali (fig. 24), che avevano spesso il compito di unire tra di loro non solamente insediamenti abitativi, ma anche frantoi, sia per le olive che per l’uva, e mulini, nei quali ancora una volta si riscontra l’uso dell’ardesia nella pila, ovvero nel piano dove ruota la “mola” che frantumando le olive genera il pesto, da cui si estrae per torchiatura l’olio. Questa pietra era utilizzata anche per la lastricatura di crose e per la creazione, nell’ambito delle campagne, delle “alzate” dei vari gradini necessari per superare i numerosi dislivelli del territorio ligure, le quali, a differenza di quelle utilizzate in una scala di tipo architettonico, avevano la funzione di contenimento di pietre, ciottoli, terra e quant’altro potesse costituire la “pedata” del gradino stesso. Percorrendo queste strade vicinali si ritrovano le ardesie disposte in posizione verticale sotto forma di lastre a spacco di spessori vari in quanto costituenti scarto di cava (fig. 28), a delimitazione delle singole proprietà agricole, ancora oggi importanti parametri per la definizione catastale del terreno, in quanto, a causa dei sempre più frequenti abbandoni delle zone rurali, esse costituiscono un caposaldo per il rilevamento di queste. E sempre in queste strade che, spesso, lungo i lati delimitati dai muri prima citati, si trovano dei ripiani orizzontali in ardesia laddove il terreno lo consente, a distanze tra loro abbastanza costanti e ad altezza di spalla d’uomo: si tratta delle “pöse”, ovvero dei piani di appoggio del carico che il contadino aveva sulle spalle per momenti di riposo lungo il tragitto. Molte di queste pose si possono ancora oggi notare sui pendii del monte Sangiacomo, nell’entroterra di Lavagna, dove è possibile riscontrare un altro tipico utilizzo dell’ardesia: le cosiddette carasse da vigna, ovvero veri e propri pali in ardesia, per il sostegno dei filari d’uva, che, conficcati saldamente nel terreno, avevano il vantaggio di non marcire come il legno. Un’utilizzazione dell’ardesia sempre legata atla realizzazione di filari o pergolati erano le prie bose ovvero lastroni di ciappa di circa 12-20 cm di spessore, forati al centro i quali venivano incastrati nei muri di fascia o nelle parti alte dei muri degli edifici rurali e servivano per contenere e bloccare pali di legno destinati a sostenere filari di vite o pergolati sopra i terrazzi e i tetti delle case. Spesso nel cortile di quest’ultime o sui terrazzi o ancora nel vicinato di più case rurali contigue erano presenti delle panche il cui sedile, e a volte lo schienale, quando questo esisteva, erano realizzati con piani di ardesia a spacco, anche questi, come gran parte dei manufatti prima citati, realizzati sfruttando gli scarti dell’attività estrattiva. Ancora troviamo l’ardesia nella creazione di parti di condotte per l’acqua ad uso irriguo per i campi, comprese le lastre di deviazione dell’acqua all’interno di uno o più poderi. Un altro esempio di utilizzo dell’ardesia, non molto diffuso ma di cui comunque esistono ancora alcune testimonianze su alcune pareti di edifici rurali e cittadini, era costituito dalle meridiane, sulle cui lastre, circolari, semicircolari o rettangolari, erano incisi i vari settori sui quali proiettava l’ombra l’asta di metallo fissata nella parte alta centrale della stessa lastra ardesiaca. Non va dimenticato un curioso ulteniore impiego dell’ardesia in ambito gastronomico, quale ripiano sotto il quale veniva acceso il fuoco, per cuocervi soprattutto la carne.

L’ardesia nell’architettura

Nell’ambito architettonico l’ardesia, assieme a tutti i litotipi similari, ha avuto un ruolo importante ricoprendo varie funzioni che spaziano dagli elementi portanti sino a tutto ciò che può essere definito decorazione ed anche elemento artistico in tutte le sue possibili interpretazioni. Spesso risulta assai difficile distinguere l’elemento portante da quello con funzioni decorative, perché la stessa struttura puó svolgere contemporaneamente le due funzioni come accade per il capitello di una colonna o ancora per un elemento architravato decorato. Molte parti utilzzate nell’ambito dell’architettura cosiddetta maggiore in realtà costituiscono una trasformazione più articolata di un archetipo rurale che svolge le stesse funzioni dell’elemento più complesso, come ad esempio il camino, intendendo questa volta con questo termine la parte che fuoriesce dal manto ardesiaco di copertura del tetto, come si vedrà più avanti. Ognuno dei vari elementi costituenti l’organismo architettonico sarà di conseguenza trattato in modo dinamico nel tempo per cercare di evidenziarne per quanto possibile l’evoluzione subita, non solo in senso cronologico, quando questo sarà possibile, ma nel divenire delle sue forme.

Coperture

L’unico tipo di manto di copertura che veniva usato nel passato era quello caratterizzato dagli abbadini collocati sopra il pattame ligneo del tetto attraverso un letto di malta di calce grassa, che aveva la funzione di bloccarlo e renderlo compatto. La realizzazione di tali coperture veniva ovviamente iniziata dal basso, come per qualsiasi altro tipo di tetto, con un triplo strato di lastre di gronda solitamente più spesse e di dimensioni più ampie delle successive, che venivano collocate con sovrapposizione tripla attraverso l’interposizione di malta di calce sia sul pattame, sia tra strato e strato di ardesia. Tale operazione era abbastanza complessa in quanto la pendenza delle falde di copertura risultava piuttosto cospicua e spesso l’operazione era facilitata dall’infissione di uno o due chiodi nella parte superiore di alcuni e/o tutti i registri di abbadini, per evitare lo scivolamento degli stessi durante la messa in opera. La demolizione di moltissimi di questi manti ardesiaci, ormai totalmente degradati, ha più volte messo in luce questo stratagemma esecutivo. Ad opera ultimata l‘intera copertura si presentava diligentemente stuccata, abbadino per abbadino, e si provvedeva ad asportare e pulire l’eventuale spandimento di malta accidentatmente avvenuto. Occorre precisare che lo spessore di questi abbadini risultava nell’ordine dei 4-7 mm, mentre quelli che oggi vengono usati, prevalentemente con il fissaggio a gancio o a soli chiodi, hanno uno spessore medio di circa 10 mm. L’abbadino costituisce la maggior forma di speculazione tecnica delle qualità di metamorfismo orientato dell’ardesia, perché è il frutto di quella sfaldatura a spessori sottili, resa possibile proprio dalle condizioni di pressione che si sono create durante la genesi del litotipo. Lo spacchino è quel personaggio, ancora oggi ben vitale nei laboratori ardesiaci, che ha proprio la funzione di produrre queste lastre apparentemente tutte uguali (in realtà la differenza tra l’una e l‘altra risulta contenuta nell’ordine di 1-3 mm) e l‘operazione continua ad essere eseguita tuttora a mano con i classici cunei a forma parabolica. Con il termine di “gronda”, ancora oggi comunemente usato, si intendeva la prima linea di ardesie in prossimita della linea di gronda, dove si iniziava a costruire il tetto. Queste ardesie, oggi definite anche bastarde, erano molto più grandi e spesse rispetto agli altri abbadini. Le loro misure, rintracciate in diverse antiche coperture, variavano tra i 60-75 centimetri di larghezza, 90-100 centimetri di lunghezza e 25-30 millimetri di spessore. In tempi recenti la produzione di coperture di ardesia ha sviluppato diverse tipologie. La loro messa in opera può essere eseguita su solai in cemento, tavolati continui o ancora su listelli precedentemente ancorati alla copertura. Il fissaggio delle varie lastre di ardesia avviene attraverso chiodi oppure ganci e lo spessore dell’abbadino può variare da 5,00 sino a 20,00 mm. Altrettanto variabile risulta essere la pendenza delle falde in funzione del tipo di copertura, ma, come è ovvio, la regola generale non è strettamente legata al tipo di copertura, bensì vale il rapporto tra la pendenza delle falde e la sovrapposizione delle lastre, ovvero maggiore è la sovrapposizione, minore può essere la pendenza. A questo proposito è utile il grafico di figura 138 che evidenzia come la sovrapposizione sia inversamente proporzionale alla pendenza. Le misure degli abbadini attuali sono decisamente più piccole delle lastre usate in passato, infatti nella zona di produzione gli abbadini avevano il lato di 3 palmi genovesi equivalente a quasi 75 centimetri. Oggi le varie misure sono notevolmente diminuite per motivi logistici di trasporto e messa in opera e le varie lastre non superano generalmente la misura di centimetri 57 x 57, con l‘eccezione della lastra cosI detta rustica e/o montana, le cui dimeñsioni possono essere notevolmente maggiori. I principali tipi di copertura in ardesia oggi prodotti sono i seguenti: 1 - Copertura tripla genovese Viene fissata con malta e/o chiodi direttamente su tavolato o su tetto. 2 - Copertura tripla a ganci Viene messa in opera su listelli o correntini di legno della sezione di cm 4,00 x 3,00; oltre ai ganci può essere fissata anche con i chiodi. 3 - Copertura doppia a ganci. Si tratta di una copertura simile alla precedente dove dimuinisce la sovrapposizione e di conseguenza il numero delle lastre ed il peso a metro quadrato. 4 – Copertura doppi a ganci con lastre scantonate sui due angoli bassi. In questa tipologia cambia solamente la forma della lastra ed aumenta la lavorazione a causa del taglio dei due lati diagonali. Immutata la messa in opera rispetto ai due tipi precedenti. 5 - Copertura a squame è una delle coperture più complesse e si presenta con uno dei due lati corti sagomato a semicerchio; costituisce la tipica copertura delle cupole di chiese e campanili, sulle quali viene tradizionalmente fissata attraverso chiodi e malta direttamente sull’intonaco esterno. Le varie lastre devono essere rastremate verso l’alto in modo da permettere il raccordo circolare delle lastre stesse e la dimensione di esse diminuisce per ogni registro di posa, man mano che dal piano d’imposta della cupola si sale verso l’alto in rapporto alba progressiva diminuzione del diametro della cupola. In cupole di vasto raggio, occorre stuccare la bocca che rimane tra lastra e lastra di registri contigui, soprattutto nelle parti basse dove le lastre hanno dimensioni maggiori.Questa copertura è anche usata su superfici piane quali mansarde, attici o semplici tetti, dove il fissaggio può avvenire sia con i chiodi, sia con i ganci. E’ la copertura più costosa rispetto a tutte le altre, a causa del taglio semicircolare di una delle due estremità corte. 6 - Copertura semplice alla francese E la copertura più leggera tra quelle oggi in produzione, la sua forma a losanga a spigoli vivi non consente il fissaggio con i ganci, per cui la sola possibilità di messa in opera sono i chiodi. Il suo nome è dovuto al largo uso che viene fatto di questa tipologia in Francia. 7- Copertura alla francese a ganci Si tratta dello stesso tipo di copertura precedente, in cui però gli angoli del quadrato vengono smussati. La parte tagliata consente il sostegno attraverso il gancio e, contemporaneamente, si ottiene un movimento discontinuo dato dallo sfalsamento delle lastre stesse. La sovrapposizione è minima come per la copertura semplice alla francese, per cui, come per il tipo precedente, la pendenza di queste coperture deve essere tra le più alte. 8 - Copertura a lastra tranciata La copertura a lastra tranciata, detta anche rustica montana, è una delle coperture più pesanti, ed è caratterizzata dalla “tranciatura” della parte bassa dei tre bordi a vista che appaiono, di conseguenza, con forma irregolare. La loro sovrapposizione può essere doppia o tripla ed il fissaggio viene eseguito con chiodi o anche con malta di calce. La dimensione irregolare obbliga ad identificare dimensionalmente la singola lastra attraverso la misura della diagonale variabile da 40 a 100 centimetri. Lo schema di pagina 141 sintetizza in breve i vari tipi prima descritti con le caratteristiche più importanti delle singole copenture2. Pavimenti Le pavimentazioni costituivano l’altro grande capitolo in cui l‘ardesia veniva abbondantemente usata; Ia mancata regolarità geometrica del vano imponeva, all’atto della posa in opera, la regolarizzazione dell’area attraverso lenze tese, all’interno della quale si ponevano in modo ortogonale le varie lastre ardesiache, mentre gli spazi laterali fuorisquadra venivano riempiti successivamente adattando le singole lastre a quelle precedenti. Molti sono i tipi di pavimenti usati: 1 - Pavimento ad ottagoni di ardesia e quadrati di marmo detto ~bullettonato~ Risulta il pavimento più diffuso in epoca pre-industriale, sia all’interno che atl’esterno e in zone intermedie come gli atri. All’esterno era impiegato nei giardini, sulle terrazze e nei camminamenti; all’interno, invece, sia nelle zone di passaggio, quali scale e pianerottoli, sia all’interno dei vari ambienti abitati, anche se quest’’ultimo utilizzo è stato compiuto in misura minore e comunque in epoche a noi più vicine. Gli ottagoni di ardesia erano regolari ed il loro tracciamento avveniva secondo regole antichissime, note sin dal trattato di Sebastiano Serbio3 ed estremamente semplici in quanto consistevano nel riportare sui quattro lati, attraverso un compasso, il centro del quadrato di partenza, operazione facilmente ripetibile nrl tracciamento della lastra (fig. 141). Le dimensioni delle lastre sono diversificate nel tempo anche se sembra esistere una diminuzione delle misure man mano che si sale verso i piani alti, ovvero quando esse erano destinate alle zone non di rappresentanza della casa, ma di uso proprio della famiglia e quindi si sfruttava la possibitita di risparmiare sulla materia prima iniziale, costituita da blocchi ardesiaci di minori dimensioni4. Sia in questo tipo di pavimentazione, sia negli altri descritti successivamente, la lastra, nel senso dello spessore, veniva realizzata a tronco di piramide, così come i quadretti marmorei, con duescopi ben precisi: diminuire la dimensione del giunto e quindi della malta a vista, e contemporaneamente assicurare una miglior adesione laterale alla concrezione della malta. I quadrati di marmo venivano talvolta sostituiti da pietra di Finale. 2 - Pavimento in quadrati di ardesia e marmo Si tratta di lastre di ardesia quadrate alternate a quadrati di marmo bianco, messe in opera con il sistema detto a pisso de mandillo, ovvero mantenendo un’angolazione di 45° di riferimento rispetto ad uno dei lati di partenza. Questo sistema era il più usato in quasi tutte le pavimentazioni e risulta tale ancora oggi, perché consentiva l’eliminazione ottica dei fuori squadra dei muri perimetrali, quasi sempre presenti. 3 - Pavimento in lastre quadrate di ardesia Le lastre erano solamente di ardesia, affiancate le une alle altre. Questo tipo di pavimentazione, che in genere viene indicato nei documenti con il termine di chiappasolo, veniva usato prevalentemente all’esterno, dove le dimensioni aumentavano attorno ad un quadrato con il lato di centimetri 5O. Si può trovare impiegato anche in atriil e zone di passaggio tra interno ed esterno, oltre che sulle terrazze. Queste pavimentazioni esterne erano usate frequentemente anche a costituzione dei sagrati antistanti le chiese, in forma di semplici quadrati accostati l’un l’altro, o con tarsia in marmo bianco, come è possibile ancora oggi riscontrare rispettivamente davanti alla chiesa di Soglio e alla parrocchiale di Breccanecca. 4- Pavimento a rombi di ardesia e marmo Le lastre che costituiscono questo pavimento, alternativamente di ardesia e marmo bianco di Crnrara, erano formate da parallelogeammi equilateri nei quali le diagonali erano bisettrici degli angoli e perpendicolari tra loro con gli angoli interni uguali a due a due. S - Pavimento ad ottagoni non regolari con quadretti in marmo Questo tipo di pavimentazione è caratterizzato da lastre ottagonali non regolari, di grandi dimensioni (centimetri 150-180) tali da poter essere considerate rettangoli con gli angoli smussati. Il quadrato di marmo bianco appare di conseguenza sottodimensionato dal punto di vista della cromia. 6 - Pavimenti ad ottagoni non regolari con rombi in marmo Costituisce una variante del tipo precedente, rispetto al quale si modifica ovviamente l’angolo di smussatura della grande lastra di ardesia. Come il pavimento precedente, anche questa tipologia veniva prevalentemente usata al piano terra nelle parti comuni e di passaggio. 7 - Pavimenti ad ottagoni regolari di ardesia e quadretti di marmo come tarsia centrale Il pavimento bullettonato viene arricchito at centro di ogni ottagono ardesiaco con un altro quadretto di marmo bianco. 8 - Pavimento ad ottagoni regolari di ardesia ed elementi quadrilobati come tarsia centrale Questo pavimento costituisce una variante pin complessa di quello precedente; i quadrilobi centrali possono essere semplici o complessi come è visibile dalle figure. Prodotto ancora oggi, è noto con il nome di pavimento a giglio. Queste tarsie, oggi realizzate con macchinari ad impostazione alfanumenica, venivano prima ricavate manualmente con scalpelli, seghe e raspe, ed anch’esse avevano i lati caratterizzati dal tipico fuorisquadra già descritto che, in questo caso, aveva la funzione di ospitare la dilatazione della malta quando la tarsia marmorea era premuta all’interno dell’ottagono ardesiaco. 9 - Pavimento a lisca di pesce in ardesia e marmo Costituisce una pavimentazione tipica delle parti di maggior passaggio, le lastre di ardesia e marmo bianco sono di dimensioni uguali, poste alternativamente e rovesciate le une rispetto alle altre. Le dimensioni sono generalmente abbastanza grandi, con il lato maggiore variabile tra 40-5O centimetri. Lo stesso disegno è riscontrabile in alcune pavimentazioni di edifici sacri con dimensioni più ridotte. Attualmente le pavimentazioni in ardesia vengono anche usate in quantità notevoli sia in Liguria sia in molti paesi esteri. Oltre ai tipi finora elencati, grazie alle tecniche a disposizione, è possibile ottenere qualsiasi disegno richiesto con superfici a spacco, a piano di sega da levigarsi in opera e levigate.

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