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Ardesia: Arte e cultura del Portale della Comunità Montana Fontanabuona
Portali

Con tale termine si vogliono designare quei manufatti intesi a definire e sottolineare le bucature che consentono l’accesso agli edifici attraverso le pareti, sia in quelle perimetrali che in quelle interne. Generalmente i portali genovesi erano formati da più parti quali: - i due stipiti laterali; - il cielino, più propriamente definito imbotte, ovvero la parte architravata; - la cornice, costituita dall’elemento applicato esternamente ed attorno agli stipiti; - il sovrapporta o cimasa, ovvero l’elemento decorativo per eccerlenza posto sopra la porta nella parte esterna, decorato a basso o alto rilievo. Prima di proseguire occorre chiarire che spesso, specialmente in Genova, tutte le parti decorative erano realizzate prevalentemente in pietra nera di Promontorio, mentre nel Levante o nel Ponente la percentuale si inverte. La superficie, ancora oggi piuttosto “irregolare” e, spesso, poco complanare denuncia l’utilizzo dello spacco per ricavare il piano di inizio della lavorazione degli stipiti, spesso poi levigati con smerigli più duri. La decorazione partiva da un solco iniziale inciso, con funzione di guida, ovvero di appoggio e “regolo” per gli altri strumenti che subentravano nelle lavorazioni successive, come i vari tipi di sgorbie, arnesi a taglio curvo fabbricati sovente dallo stesso scultore5. Con questi strumenti venivano realizzate modanature di diverso tipo, da quelle più semplici a forma di sgusci, listelli, tondini più o meno aggettanti, sino a modanature più complesse come quelle riportate in sezione, a titolo di esempio, nella figura 58. La scistosità dell’ardesia veniva ben sfruttata durante l’esecuzione dei vari intagli, ricavandone il maggior profitto possibile, il lato negativo si presentava quando lo strumento usato si trovava perpendicolarmente ed anche trasvenralmente al senso di sfaldamento della pietra, la dove c’era il rischio di scheggiare la parte che si doveva scalpellare. E per questo motivo che per le opere molto plastiche e ricche di particolari decorativi o figurativi veniva preferita la pietra nera di Promontorio che era meno scistosa e più compatta, e più “pastosa” alla lavorazione. Tuttavia sono numerosissimi i portali, dotati anche di maestose cimase, eseguiti in lastre di ardesia, come testimoniano gli svariati esempi visibili nel Levante: a Chiavari, Sestri Levante, Borzonasca, Lavagna ed altri centri, dove queste strutture si sono consenrvate ancora oggi, sia esternamente che all’interno di antichi edifici. L’attuale lavorazione eseguita esclusivamente attravenso macchinari, spesso molto sofisticati con impostazione del lavoro da eseguirsi di tipo alfanumerico, consente l’esecuzione di svariati tipi di portali, le cui linee essenziali sono ispirate dai concetti dell’attuale architettura contemponanea. Le scale La scala è l’archetipo che in Liguria dalla seconda meta del ‘500 acquista percentualmente, rispetto agli altri elementi componenti il palazzo o la villa patrizia genovese, la maggiore importanza, non solo dal punto di vista della dignità architettonica, ma anche dimensionalmente, diventando l’elemento d’impatto iniziale per chi entrava all’interno del palazzo. Per questa ragione la scala era per lo più magniloquente, ma quasi sempre divisa in due parti nettamente distinte: le pedate in ardesia, e le balaustrate in marmo bianco di Carrara. Le pedate ardesiache erano costituite da uno spessore notevole in confronto con le pedate attuali, infatti esso non era mai inferiore a 6-8 centimetri e generalmente la pedata sporgeva di diversi centimetri rispetto all’alzata, sempre rifinita ad intonaco fratazzato, dipinto di nero. Alcune volte la pedata sporgeva anche da uno dei due lati, oltre la balaustrata marmorea, per cui lo spessore era visibile ed apprezzabile nella sua potenza anche nella parte bassa mentre si saliva la scala. Lo spessore anterione poteva presentansi con due diversi tipi di curvatura: il toro, ovvero con sezione semicircolare, oppure con una curva più appiattita definita da alcuni semilunare. Quasi sempre le rifiniture erano realizzate con la martellina, di cui in alcuni esempi si possono rintracciare i segni, spesso mitigati da finiture a scalpello o raspe. E interessante notare che anche le scale minori (“segrete” o “caragoli”), ovvero quelle di servizio al palazzo stesso, sia pure con dimensioni inferiori di spessore, larghezza e lunghezza, presentavano le stesse caratteristiche costruttive di quelle di rappresentanza per quanto concerne la messa in opera delle pedate. Una delle particolarità più interessanti delle pedate è costituita dalla lavonazione del piano di calpestio, lavorazione che aveva evidenti funzioni antisdrucciole, e che veniva realizzata in varie forme (fig. 146). Tali lavorazioni venivano compiute, come tutte le altre, mediante alcuni attrezzi fondamentali quali: gradine, martelline lisce e dentate, svariati tipi di scalpelli, sgorbie, denti di cane, frappine e martelline a bocciarda variamente conformate. Su alcune di queste pedate è evidente ancona oggi il segno di lavorazioni diverse, con disegni e strumenti diversificati nel tempo. Questo spiega il notevole spessore delle pedate ardesiache: quando Ia superficie era ormai liscia perché usurata dal calpestio, si interveniva nuovamente per ripristinare le funzioni antiscivolamento con l’intervento dello scalpellino, grazie al quale, utilizzando il notevole spessore, si poteva rinnovare l’operazione svariate volte nei secoli. Questa operazione è stata, ed è forse l’unica, che oggi si può ripetere, con funzioni di recupero, sicuramente corretto, nell’ambito di un manufatto ardesiaco, certi di continuare un uso antico, per cui il manufatto scala è stato così voluto e pensato. Attualmente le scale in ardesia sono prodotte secondo le diverse esigenze con la superficie rifinita secondo te tre più ovvie possibilità a spacco, a piano di sega e levigata. Anche le rifiniture degli spessori seguono le esigenze di mercato.

Elementi ardesiaci con funzione portante e decorativa

Sotto questa definizione, almeno in parte impropria ma che viene utilizzata per questioni di spazio, si vogliono raggruppare alcune parti lapidee minori senza funzione portante e/o costruttiva, ma determinanti per la parte decorativa degli edifici e caratterizzante gli stessi, oppure alcune parti portanti non certo usuali ma rintracciabili in diverse zone della Liguria, con funzioni anche decorative. Questi elementi sono costituiti da peducci, basi di colonnine, piccoli capitelli, chiavi di volta, lavabi, capitelli di lesene, specchiature di pilastri o capiscale, mensole, vere da pozzo verticali e, anche se più rare, piccole colonne lisce e tortili; o ancora lastre d’ardesia, a volte sagomate e dipinte. Non si intende solo l’ardesia quale semplice supporto per la pittura, ma anche come elemento che, incastrato nel muro per un lato, proietta gli altri nello spazio consentendo alla decorazione genovese di creare delle fughe prospettiche oltre il muro, aumentando di conseguenza quelle che erano le possibilità di illusione spaziale, come nell’ex chiesa dei Santi Girolamo e Francesco Saverio, attuale Biblioteca Universitaria in via Balbi a Genova, affrescata da Domenico Piola. L’ardesia diventa supporto negli stucchi a marmorino, consentendo sbalzi tra superfici a livelli diversi, lasciando il vuoto tra l’una e l’altra, eliminando pericolosi ed eccessivi pesi attaccati ai muri. E’ il caso dell’esecuzione di capitelli compositi in stucco, nei quali le volute di tipo ionico e le foglie d’acanto sono supportate da elementi ardesiaci a spacco di pochi millimetri di spessore, consentendo a queste di librarsi nello spazio lasciando il vuoto dietro di esse. Spesso i manufatti lapidei sono costituiti da grandi blocchi di pietra, come le chiavi di volta dal peso di svariati quintali, a tronco di cono, con il duplice aspetto statico e decorativo, oppure grandi mensole, dove la parte visibile e quasi sempre la metà dell’intero blocco murato. Le colonne ed i pilastri veniyano generalmente eseguiti per rocchi sovrapposti e comunque realizzati in argilloscisto simile all’ardesia ma di diversa composizione, quali calcari marnosi o arenanie scistose, tra i quali i più impiegati erano: l’agro di ardesia, la pietra colombina ed il calcare marnoso. E proprio dalla pietra colombina, ricca di venature di calcare, che venivano ricavate le tarsie bianche da alternarsi a quelle nere. Infatti, dopo aver spaccato la pietra seguendo la vena calcitica, è possibile, disponendo questa di fronte, ricavare un bianco non intenso ma piacevole, il quale e sempre stato alternato con la parte scura delle rocce sopra dette, spesso usate l’una accostata all’altra. La spaccatura del litotipo e abbastanza agevole se vengono appunto seguiti i peli presenti nella pietra, ovvero litoclasi o fratture variamente disposte6, che sono in numero di tre: - pero del verso sono le litoclasi subparallele alla scistosità o al senso di stratificazione; - pelo del contro ovvero le fratture disposte perpendicolarmente alle precedenti, ed è su queste spaccature che normalmente si trovano le infiltrazioni di calcite che caratterizzavano le fasce bianche degli edifici genovesi; - pelo del secondo è il piano di frattura che interseca gli altri due e che risulta il più insidioso in funzione della compattezza del litotipo. Queste pietre, anche se apparentemente simili all’ardesia, non sono da confondersi con essa, meno adatta a sopportane il peso di punta. Tutti gli abitati del Tigullio e anche gran parte di quello di Genova sono costruiti con questi tipi di pietra che, essendo esteticamente molto simili all’ardesia, ospitavano nell’ambito del loro stesso volume le decorazioni sopra descritte come logica continuità e complemento.

TECNICHE DI PRODUZIONE E DI LAVORAZIONE

Considerazioni preliminari A prescindere dai problemi di datazione sulle origini delle industrie o protoindustrie estrattive dell’ardesia, esiste un processo di evoluzione per ciò che concerne i metodi e i mezzi di sfruttamento dei giacimenti ed anche l’organizzazione sociale economica ad essi riferita, in funzione di ogni determinata zona interessata e relativamente ai progressi tecnologico-scientifici di ciascun momento storico stabilito. Poiché, tuttavia, le conoscenze pervenute in merito sono progressivamente più scarse man mano che ci si volge indietro nel tempo, è necessario rifarsi a quelle degli ultimi cinque secoli e soprattutto dell’800 e ‘900: attraverso l’analisi delle tecniche del passato si giungerà ad affrontare, e in tal modo a meglio comprendere, i moderni sistemi di lavorazione dell’ardesia. Ancora una volta bisogna però impostare il discorso fermando l’attenzione sul contesto che più si presta ad essere studiato in ogni sua componente anche sotto questo punto di vista, ovvero l’area ardesiaca ligure; tuttavia saranno presenti riferimenti ad altre zone interessate, in special modo laddove sussistano effettivi elementi di confronto. Indipendentemente dalle motivazioni di ordine pratico che hanno spinto l’uomo alla manipolazione dei materiali, si può senz’altro affermare che nel caso delle ardesie ci si trova di fronte a possibilità di utilizzo altamente specifiche; tale fatto può considerarsi alternativamente causa o conseguenza di una scoperta relativamente tarda dell’ardesia quale materiale passibile di risvolti economici, o se non altro di applicazione oltre limiti di portata locale. Ad ogni modo, come molte rocce, anche l’ardesia ha acquisito col tempo un determinato valore in dipendenza di un bisogno, di una richiesta, di una possibilità di realizzare determinati manufatti; e, come tutte le pietre lavorabili, fu dapprima conosciuta ed impiegata in ambiti ristretti, per poi diffondersi in contesti sempre più ampi.

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